Nel sec. XVIII risulta che barili di vino cotto del Piceno venivano
esportati regolarmente nei paesi del Nord Europa attraverso
il porto di Ancona.
Nel 1931 il Touring Club italiano pubblica la prima Guida
gastronomica d’Italia e, nella sezione dedicata alle Marche, dopo
aver citato i biscotti di mosto preparati con il vino cotto come
specialità della provincia di Macerata, scrive:
“Vera specialità
delle Marche è il cosiddetto vino cotto, di cui però oggi è sempre
meno diffusa la produzione; esso è ottenuto dalla concentrazione
del mosto a fuoco diretto sino ad avere ridotto il volume di 1/3,
o della metà, o di 2/3 (rinterzato), dopodiché viene fatto
fermentare, ne risulta un vino color Marsala, più o meno carico,
di sapore liquoroso, di elevato tenore alcolico (anche sino a 15°-
16°), che si conserva in fiaschi o bottiglie; spesso però gli si
rimprovera il poco gradevole gusto di bruciato”.
Lo scrittore Guido Piovene, nel suo
“Viaggio in Italia” del 1957
scrive: “Specie da queste parti (Ascoli Piceno) perdura nelle case
una specialità marchigiana, il “vin cotto…”.
Il grande giornalista enogastronomo Luigi Veronelli nel suo
“Libro
dei vini” del 1961, così descrive il vino cotto “Vuole meditata
attenzione, che tu non ceda all’impulso primo, che tu intenda
non più come vino, ma come ricetta. Ti si fa allora gradevole;
ci senti, viva, la tradizione, il bisogno di una contadina “riserva”
.
Sottolinea infine che è frutto di una tradizione millenaria.
Nel 1969 lo scrittore Mario Saldati compie tre viaggi in Italia alla
ricerca dei vini genuini e riguardo al vino cotto del Piceno
scrive:
”Di un bel colore rosso mattone e riflessi d’oro cupo;
il sapore strano, affumicato e ruvido, la sua moderata dolcezza
corregge ed evita quella dolcezza vischiosa e a volte nauseante
di tanti passiti e marsalati. C’è qualcosa di affascinante,
di profondamente rustico e montano, nel vin cotto, o almeno
in questo vino cotto”.
Fino agli anni Sessanta del Novecento la pratica di cuocere
il mosto di vino era diffusa in tutte le Marche, ma, a causa
dell’abbandono delle campagne, della fine della mezzadria e della
legge nazionale del 1965, che proibiva la commercializzazione
del vino cotto, non considerato vino perché prodotto
dal riscaldamento diretto del mosto e non dalla fermentazione
dell’uva fresca, la pratica fu abbandonata ovunque, meno che
nel Piceno storico e cioè nelle province di Macerata, Fermo, Ascoli
Piceno e Teramo, dove assumeva veri e propri caratteri identitari.
Nel 2000 la Regione Marche lo ha inserito fra i prodotti
agroalimentari tradizionali (PAT). Successivamente il DM
18.7.2000 lo ha collocato fra le “bevande analcoliche, distillati
e liquori”. Quindi la sua commercializzazione è diventata legale
anche se non come vino ma come prodotto alimentare.
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