Sommeliers Magazine Marche n. 28 - page 4

Editoriale del Direttore
_ Gualberto Compagnucci
DOC e DOCG dissacrate
e adesso... chi paga?
Ma insomma, come si fa? Siamo
nell’Anno Domini 2012 ad un
passo dalla conquista di Marte
e c’è ancora chi spaccia porche-
rie che neanche il Neanderthal
avrebbe avuto il coraggio di bere.
Stò parlando del super scanda-
lo di nomi blasonati dell’enolo-
gia italiana tutelati dalle DOC e
DOCG, del Barolo e compagni in
polvere, prodotti in Svezia, in Ca-
nada e altrove e venduti in Gran
Bretagna: sacre DOC e DOCG
artificiali!
Ma io mi domando e dico: possi-
bile che nessuno di dovere si sia
accorto di niente, o abbia visto e
fatto spallucce prima che Striscia
ci mettesse le mani? Ma che fa la
Comunità Europea?
Possibile che in altri Paesi comu-
nitari non ci siano organi di con-
trollo come i nostri NAS?
Memore delle mie esperienze,
ma credevo che nel tempo le cose
fossero cambiate, ricordo che nel
lontano 1973 acquistai nei Boots
Store a Coventry (UK) un Kit
che riportava all’incirca la scritta
“How to make your best red wi-
ne…” o giù di li.
Avendo appena fatto il primo li-
vello AIS lo acquistai con grande
curiosità di vedere che cosa mai
fosse. Si trattava di un barattolone
rotondo e mi sembra di color ne-
ro, che conteneva una busta con
enocianina disidratata, o meglio
liofilizzata ed ancora sciroppo di
succo d’uva, piccole bustine con-
tenenti acido citrico, tartarico,
tannini, segatura di legno ed altro
che specificatamente non ricordo
bene. Per trasformarlo poi in vino
andava aggiunto di una modera-
ta percentuale di alcool etilico
ed ancora il tutto diluito con
una ventina di litri d’acqua.
Ci pensai ancora qualche
giorno mosso dalla gran-
de cuorisità, ma... non eb-
bi ne il coraggio ne la vo-
glia di metterci le mani ed
il tutto finì nella spazzatura.
Ricordo ancora che vidi altri
kit per produrre birra e mi risul-
ta che anche questi siano ancora
in commercio.
Il tempo passa e ho sempre pensa-
to che quello fosse stato uno stra-
no “fenomeno commerciale” di
un periodo ancora buio, quando
la CEE, nata nel 1958, non aveva
ancora idea di come codificare
tutta la legislazione sui pro-
dotti agroalimentari. Sì, ma...
sono passati quarant’anni! Al-
lora almeno, benchè sempre da
considerare una sorta di sofistica-
zione o inganno, si parlava di solo
“vino” anonimo. Ma signori miei,
qui hanno trovato kit con su scrit-
to Barolo, Chianti, Valpolicella,
Montepulciano e quant’altro.
Se poi il fatturato denunciato da
Striscia è vero che sia di 50miliar-
di di euro, sottratti quindi alle ta-
sche degli onesti, bravi e laboriosi
produttori italiani, vuol dire che
il business è mostruosamente alto
e... nessuno se n’è accorto? Chi se
ne doveva accorgere secondo voi?
Mah? E adesso, che si fa?
A prescindere dai miliardi che
non sono bruscolini, qui è stato
violentato il sacro “Made in Italy”;
il Paese che ha le più rigide regole
di tutela e di garanzia dell’agroa-
limentare del mondo.
Non faccio l’avvocato ma qui mi
sembra che di illeciti e reati ce
ne siano un mare: supertruffa,
frode e inganno, appropriazione
indebita e sfruttamento di no-
mi intoccabili tutelati da DOC e
DOCG, l’immagine ferita dell’in-
discussa serietà di una nazione
europea coofondatrice della CEE;
in breve un atto criminale o ter-
roristico? E fatto da chi?
A prescindere dal Canada, Sve-
zia e Gran Bretagna credo siano
paesi nostri fratelli comunitari: sì
ma, uno produce e l’altro è com-
plice nella vendita. Vatti a fidare
dei parenti! Ma pensate poi, che
nell’intervista a uno dei vendito-
ri britannici, questo declamava
le caratteristiche eccellenti della
“ciofeca” come fosse stato un vero
Barolo cru dell’albese!
Io, da italiano, mi sento non solo
offeso e frodato, ma depauperato
della nostra grande cultura e ci-
viltà. Sono 60 anni che paghiamo
giustamente i danni della guer-
ra all’Etiopia, ma seppur consi-
derandoli imparagonabili ad un
conflitto bellico, all’Italia questi
danni chi li pagherà?
Dacci sotto Striscia!
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