Si tende a credere che la viticultura in Sudameri-
ca sia un fenomeno del tutto neonato, ed è vero che
le luci del proscenio internazionale si sono accese
per i vini cileni e argentini solo negli ultimi decen-
ni, ma la comparsa delle prime barbatelle è dovuta
ai
conquistadores
che vollero disporre del prezio-
so nettare nelle missioni di evangelizzazione anche
per celebrare il Sacrificio Eucaristico ed arrivarono
direttamente dall’Europa oppure dal Messico, già
sottomesso da Cortés che salpò con le prime mar-
ze di criolla nel 1522. Non si sa con esattezza, ma
la scelta del resistente ceppo fu condizionata dalle
stressanti sollecitazioni come siccità e terreni co-
piosi di depositi salini e minerali. Nelle zone equa-
toriali della Nuova Spagna si coltiva ancora la vite a
macchia di leopardo ma gli impianti che produco-
no vini di qualità si sono acclimatati naturalmen-
te dal Tropico del Capricorno fino al 40° parallelo
dell’emisfero australe.
Già nel 1889, all’Esposizione Universale di Pari-
gi, il
palmares
dei vini cileni si arricchì di ben sei
medaglie d’oro e di un premio con speciale men-
zione; una pioggia di meteore che attirò l’attenzio-
ne di molti enologi del Vecchio Continente rima-
sti inoperosi a causa del disastro procurato dal te-
muto pidocchio della vite che fu capace con la sua
puntura di paralizzare le funzioni vitali della spe-
cie europea.
Il Cile, letteralmente serrato fra quattro realtà geo-
climatiche estreme, non teme l'incontro prossimo
con il piccolo afide dai poteri devastanti e i grappo-
li delle viti possono usufruire dei materni benefi-
ci elargiti dall’arcaico apparato radicale caucasico.
Ciò riflettendosi nella forza e nella longevità della
pianta ma soprattutto nella qualità dei futuri vini,
ancor più agiati di aromi, profumi e pigmenti viva-
ci, così preziosi ai nostri sensi.
I potenti raggi solari riflessi dall'enorme specchio
del Pacifico sulle vette innevate dell'Aconcagua,
parimenti sui tetti dei grattaceli di cristallo della
capitale cilena, alterano il
visus
del panorama con
immagini vibranti che promanano energia. I giar-
dini vitati impiantati ai piedi dello scortese oroge-
ne andino godono dei favori climatici di tipo me-
diterraneo con giornate aride e soleggiate al nord o
molto calde ma ben ventilate nelle regioni centra-
li e a volte un po’ più umide o piovose come nella
zona di Concepcion, linea di confine meridiona-
le della vite cilena. Inoltre, le imponenti escursio-
ni termiche tra il giorno e la notte garantiscono un
ciclo vegetativo lunghissimo conferendo eccellenti
concentrazioni gusto-odorifere.
Terminologie d’effetto come Concha y Toro, Lapo-
stolle, Torrés, Errazuriz, Cháteau Lafite, Santa Ri-
ta, Undurraga e altre, contribuiscono ad accrescere
sempre più la fama dei vini bianchi alloctoni semi-
aromatici caratterizzati dalla freschezza e dei ros-
si vigorosi non troppo appesantiti dall’utilizzo mo-
derato del legno di idioma francese come nel caso
dell’ormai universale Cabernet Sauvignon.
L’ampelografia cilena, un po’ troppo monotona e
assai carente di polimorfismo autoctono, è davvero
di facile comprensione. Le antiche varietà
criollas
sono destinate principalmente alla produzione di
vini da tavola per il consumo interno come il Mo-
scato d’Alessandria impiegato anche nella produ-
zione del Pisco, il
superalcolico nacional
. L’utilizzo
del Sauvignon Blanc e di vitigni consimili di minor
pregio crea non poca confusione in virtù dei muta-
menti e degli incroci; l’immancabile Chardonnay e
ancora Merlot, Syrah, una manciata di Pinot Noir,
Zinfandel, Sangiovese e poco altro si affiancano ai
Cabernet e al bordolese Carmenére ormai adotta-
to dai cileni come qualità nazionale. Le zone viti-
cole nord, sud e centrali si suddividono in regioni
e sottoregioni prendendo spesso in prestito il nome
dai fiumi che scendono dalle Ande verso l’oceano.
Vigna di Concha y Toro
(foto a lato)
La bottaia della
cantina Errazuriz
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