Sommeliers Magazine Marche n. 20 - page 69

Nell’immaginario comune a noi europei, pensando al Giappone, viene in mente la loro bevanda alcolica
nazionale, il sakè, ottenuto dalla fermentazione del riso, o la sua controparte, variamente indicata come
shochu, shyochu o jochu, a seconda della tradizione preferita. Lo shochu può essere distillato dal riso, dal
grano saraceno o da altri cereali, o da vegetali come la patata dolce, prodotto in varie versioni oferte da
ogni bar o ristorante. Come il sakè, può essere servito a temperatura ambiente, così lo shochu si può con-
sumare liscio oppure diluito con acqua calda. Lo shochu leggero adatto per miscelazione è una delle be-
vande alcoliche principali della produzione giapponese.
L’ingresso del Giappone sulla scena internazionale, avvenne sotto il regno di Meiji, dal 1867 al 1912, co-
sì come il crescente interesse verso la vita europea, in particolare quella britannica , fu evidente all’inizio
degli anni Venti. Quando il Giappone cominciò a distillare il suo primo whisky, negli anni Venti, il single
malt scozzese d’importazione era già conosciuto come bevanda elegante. È sorprendente il fatto, di come
i giapponesi siano stati capaci di conservare così tanto della loro cultura sociale mentre acquisivano una
mentalità internazionale. Oggi il Giappone considera i suoi whisky come prodotti nazionali, con proprio
stile, pur convenendo rispettosamente sulla loro origine scozzese. La ilosoia che ha guidato e dato im-
pulso alla produzione industriale, si basava sull’osservare, comprendere, riprodurre con la massima fedel-
tà e scrupolosa attenzione, ino ad ottenere il miglioramento delle qualità del prodotto originale.
DAL SHOCHU AL WHISKY
Luca Peroncini
Barman Sommelier
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