Sommeliers Magazine Marche n. 28 - page 38

Vedete, è la stessa cosa che succede a noi esseri
umani. Molti come me hanno avuto la fortuna di
girare il mondo, seppur nel mio caso sempre per
lavoro. Mi sono fatto tutta l’Europa: dalla Fillandia
al Portogallo; poi dalle Americhe all’Africa, all’A-
sia e all’Australia e... perbacco se mi è piaciuto! Pe-
rò, ogni volta, soprattutto nelle lunghe soste, non
vedevo l’ora di tornare a casa.
Eh sì, perché il mio stile di vita, la mia cultura, la
mia aria, i miei cibi e vini preferiti li trovavo sol-
tanto in Italia, nelle Marche, nella mia Ancona e a
casa mia: il mio terroir.
Se portiamo un signore africano in Fillandia e il
finnico in Marocco hanno ambedue bisogno di
anni, di diversi anni, per acclimatarsi e cambiare
stile di vita e molti non ci riescono.
I nostri vini, che nascono in ogni regione dalle
proprie uve autoctone rispecchiano lo stesso crite-
rio. Autoctono significa quindi non essere solo uno
stanziale del posto, ma aver assorbito da generazio-
ni il carattere assimilato di chi è nato, cresciuto e
vissuto da sempre in quel preciso territorio.
Nel caso dei vitigni è certo che esistono varietà che
possono adattarsi bene ai cambiamenti come ad
esempio l’alloctono Müller Thurgau nella Val di
Cembra in Trentino, ma diverse altre ne soffrireb-
bero molto, con il rifiuto di concedersi al meglio.
Il Pinot nero e lo Chardonnay in Borgogna ne so-
no un chiaro esempio. Sono assolutamente legati ai
propri territori della Côte d’Or, de la Nuit e de la
Yonne. Il Romanèe Conti, il La Tâche e lo Chablis,
non saranno mai gli stessi altrove, anche se poi i
Pinot nero e gli Chardonnay si adattano in qual-
siasi altra nazione, ma... si adattano e non produr-
ranno mai gli stessi vini.
Che cosa potrà mai dare di meglio un nostro Peco-
rino ascolano, vitigno di montagna, sulle PreAlpi
lombarde? Sì, c’è la montagna, ma il tutto è ben di-
verso dagli Appennini piceni.
Ma anche il vitigno Nebbiolo della Valtellina dà
vini diversi di quelli piemontesi ed il nebbiolo già
sperimentato nelle Marche non ha prodotto nulla
di simile che potesse vagamente assomigliare a un
Valgella o a un Barbaresco.
I vitigni che da secoli popolano un territorio sem-
bra che assorbano anche il carattere delle genti lo-
cali, che a loro volta si sono accomodate nel tempo
alle caratteristiche di questi.
Nasce quindi una liaison che diventa poi matri-
monio e possesso; come le genti si sono adattate al
proprio territorio, anche la vite ha subito la stessa
sorte, diventando quindi un’unicum tra natura e
umani. Possiamo avere degli ospiti in casa nostra
che si chiamino Sauvignon, Chardonnay o Caber-
net, ma saranno sempre soltanto tali: ospiti.
Ma anche questi potrebbero trasferirsi e l’Italia
permette a tutti gli stranieri di potersi accomoda-
re al meglio. Nel caso umano diventeremo amici e
le signore si scambieranno anche ricette della pro-
pria terra, ma la marchigiana non farà mai il Pe-
sto come la signora genovese e questa non farà mai
i Vincisgrassi come la nostra signora, il Vermenti-
no in terra nostra non sarà mai lo stesso ligure co-
me al contrario Verdicchio o Pecorino.
E come dice il proverbio: “Corna e Buoi dei paesi
tuoi”. Capito il senso?
Il criterio del terroir
e dei vitigni autoctoni
di Gualberto Compagnucci
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