I problemi dell’umanità per quanto riguarda l’in-
quinamento partono dal 1870 con la Seconda Rivo-
luzione Industriale: la prima iniziò nella metà del
‘700. A quanto si deve aggiungere quello da allora
sempre più crescente prodotto dal traffico, l’intro-
duzione del petrolio, esperimenti nucleari, chimi-
ca di sintesi intensiva, polveri sottili, piogge acide,
diossina non che gli effetti devastanti del muta-
mento meteorologico che non è più naturale come
una volta ma ampiamente stimolato dalle attività
umane. Se non si prenderanno provvedimenti gli
scienziati dicono che entro il 2100 la temperatura
terrestre aumenterà di 4,2°C, e sarà una catastrofe.
Un piccolo saggio: i mari si innalzeranno - Vene-
zia verrebbe sommersa come gran parte della Val
Padana - cambierebbe l’orografia del mondo come
la conosciamo - Sicilia, Calabria e Puglia si deser-
tificherebbero.
Il pianeta quindi è gonfio di malanni e pensare al
biologico oggi si fa fatica considerando le nefan-
dezze prodotte soltanto nei due ultimi secoli; pen-
sate alla recente nube tossica di Pomezia e ai suoi
effetti sull’atmosfera e nei terreni. Il vero naturale
biologico quindi sarebbe morto 150 anni fa, ma si-
curamente è da tenere nelle giuste considerazioni,
rispetto a quelli che si convertono oggi, chi il bio-
logico lo pratica da qualche decina di anni o addi-
rittura oltre un secolo. Ci vogliono infatti almeno
20 anni prima che i terreni infestati dalla chimica
possano tornare alle origini. Dobbiamo altresì te-
nere in considerazione come vantaggio che la chi-
mica, soprattutto quella farmaceutica, ha aiutato
l’uomo a debellare morbillo, vaiolo, colera e peste
dove soltanto quest’ultima tra il passaggio del me-
dioevo al rinascimento ridusse la popolazione eu-
ropea del 50%. Altrettanto vero è che qualcosa si
debba pur fare per evitare il peggio o per lo meno a
contenere i processi inquinanti.
Se ne è parlato ad Ancona presso l’Universita-
ria di Agraria in un convegno organizzato
ad aprile dalla stessa facoltà, dall’ASSAM
e AIS Marche condotta dal collega Cesare
Lapadula e la partecipazione di noti agro-
nomi, ampelografi ed enologi quali Oriana
Silvestroni, Marco Menghini, Sandro Nardi,
Gianfranco Romanazzi, Gabriele Fanfani, Giu-
liano D’Ignazio e Giuseppe Camilli. Alquanto
interessante ma poco convincente il tema trat-
tato sull’enologia biologica della quale tanto se
ne parla a favore ma anche contro ed è stato
infatti abbastanza difficile metterli d’accordo.
C’eravamo poi noi sommelier ed il “consuma-
tore popolare” che abbracciamo una filosofia mol-
to semplice: naturale, biologico o convenzionale,
come volete ma... “il Vino deve essere buono”. Tra
il pubblico c’erano anche diversi produttori in cerca
di verità ma usciti un po’ confusi e carichi di incer-
tezze. Certo è che saremmo tutti felici se la chimi-
ca, soprattutto quella di sintesi, venisse eliminata o
almeno presente in quantità modeste e accettabili.
A molti enologi se gli chiedi di eliminare la solfo-
rosa dal vino ti mandano a quel paese. Alcuni altri
sostengono che si possa ridurre di molto compen-
sando con l’anidride carbonica o con selezioni di
nuovi lieviti, ma quelli più timorati ed estremisti
vorrebbero abolire tutto. È pertanto che l’enologo
dott. D’Ignazzi della Moncaro con il prof. Mauri-
zio Ciani della Facoltà di Agraria di Ancona hanno
organizzato a maggio due seminari sui nuovi ibridi
di lieviti tesi a produrre meno solforosa con sod-
disfacenti risultati riconosciuti poi in degustazione
ma anche sull’utilizzo di gas inerti sui vigneti.
Ricordo però che tre anni fa nella Valle del Rodano
è riapparsa la Fillossera (
daktulospharia vitifoliae
)
e per fermarla non hanno portato un cero a Lou-
rdes ma hanno dovuto bombardare con la chimica.
Ricordo ancora che a fine ‘800 la stessa aveva deci-
mato l’80% del vigneto europeo e la chimica allora
era solo agli albori e nulla esisteva per distruggere
il potente afide. Venne poi tutto ripiantato su piede
americano ma la fillossera per via degli attuali mu-
tamenti climatici ha iniziato a far paura.
Si stanno studiando nuovi porta innesti perché gli
attuali non riescono più a reggere, come anche la
creazione di nuovi più resistenti ibridi per contra-
stare soprattutto gli effetti inficianti del fenomeno
climatico. Ma sembra non essere soltanto questo
il problema: tanti sono i pericoli stagionali da at-
tacchi parassitari ai quali incorre la vite e non solo
questa ma tutto il mondo botanico: ogni tanto, so-
prattutto dall’Asia, fanno capolino nuovi parassiti.
È molto difficile oggi sostenere tesi fantasiose come
il biodinamico Demetra ispirati all’equilibrio, al
rispetto totale tra uomo e natura e all’interazione
con le forze cosmiche: non siamo al tempo dei Su-
meri e degli Egizi. La polluzione chimica dell’inte-
ro pianeta ha ormai compromesso qualsiasi vero
intervento naturale e ogni filosofia “
obtorto collo
”
avrebbe ben poco senso ed effetti rendendo forse il
tutto un concetto utopico; è inutile nascondere la
testa sotto la sabbia. Ma poi che senso ha coltivare
un terreno a biologico se non lo fanno tutti? Se io
ho un podere e faccio biologico e i miei confinanti
spruzzano chimica a destra e a manca sui propri
terreni è ovvio capire che un alito di vento ne river-
serebbe buona parte anche sul mio.
Quindi il biologico e biodinamico avrebbero un
minimo senso soltanto se tutti gli agricoltori si ado-
perassero in merito ma credo sia molto difficile l’o-
pera di convinzione e dovrebbero essere i governi di
tutto il mondo ad imporlo seriamente. Anticritto-
gamici, pesticidi, diserbanti, rame, zolfo, solforose
fanno effettivamente paura soltanto a menzionarli e
c’è chi storce il naso anche sull’uso di prodotti iner-
ti come la bentonite, la caseina, l’albumina, gelatina
e gomma arabica ecc, ma se non fossero necessari
alla stabilizzazione sarebbero matti i produttori a
farne uso visto anche il costo non indifferente.
Gualberto Compagnucci
SE LA NATURA SI AMMALA CON CHE LA CURIAMO?
BIOLOGICO SÌ, MA...
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