Percorrendo la splendida valle del Metauro ci si
imbatte nelle rimenescenze di un’antica ricetta
tradizionale, tramandata più dalla tradizione orale
degli anziani che dalla presenza sulle tavole: le Lu-
machelle delle Monache. Una pasta che prevedere
una preparazione lunga ed elaborata di cui si tro-
vano testimonianze storiche antichissime in docu-
menti risalenti al II e al IV secolo, rispettivamente
manoscritti da Ateneo e Apici.
Entrambi gli autori parlano di un impasto compo-
sto anche da formaggio e spezie, conosciute queste
ultime grazie all’espansione dell’impero romano
che le importava dalla Cina, insieme alle splendide
e ricercatissime sete. Non dimentichiamo che nel
295 a.C. i Romani, dopo la vittoria nella battaglia
di Sassoferrato si stanziarono nelle Marche, diffon-
dendo nuovi usi e costumi.
Successivamente, intorno alla metà del 1600, An-
tonio Latini, ci racconta di una ricetta per ottenere
maccaroni, così come allora si indicava generica-
mente la pasta dal Medioevo in poi, dolci.
Tuttavia l’uso dello zucchero si diffuse in Europa
proprio al tempo di Latini e dunque desumiamo
che la sua ricetta non sia quella, molto più antica,
diffusa nelle zone di Urbania, Sant’Angelo in Vado,
Mercatello sul Metauro e Sassocorvaro.
La ricetta conosciuta nella nostra Provincia preve-
deva due varianti di impasto: una già povera fatta
di farina ed acqua, l’altra più ricca fatta con le uova.
Entrambi gli impasti prevedono poi l’aggiunta di
formaggio e cannella vera (cinnamomo).
Le Lumachelle delle Monache, anche dette Lu-
machelle della Duchessa, hanno in realtà ragione
di essere chiamate Lumachelle delle Monache, in
quanto erano storicamente le monache clarisse o
benedettine a preparare per le famiglie più ricche
questa pasta che si serviva a Natale. La tradizione
popolare, già dal 1300, indica come le lumachelle
cotte in brodo di gallina costituissero il pasto gior-
naliero proteico destinato alle puerpere che per ben
40 giorni dopo il parto dovevo restare a letto, assu-
mendo pasti ricchi di proteine nobili.
Tale indicazione inoltre comprende anche quella di
servire la pasta in brodo in una apposita ciotola in
ceramica di Casteldurante, detta “impagliata” no-
me che indicava il giaciglio in paglia della puerpera.
Poiché la Duchessa Battista Sforza consorte del Du-
ca Federico da Montefeltro aveva avuto tanti figli,
consumando spesso lumachelle in brodo di gallina,
alcuni hanno attribuito a lei il nome della ricetta.
Nei fatti erano le Monache a preparare il gustoso e
diffuso piatto. Le Lumachelle erano talmente ambi-
te che anche i parroci di paese indicavano di dover-
le mangiare almeno una volta l’anno e addirittura
crebbe la richiesta di zuppiere in ceramica da parte
del ceto borghese nascente che desiderava mettere le
Lumachelle delle Monache sempre più spesso sulle
proprie tavole, nelle più belle zuppiere disponibili.
ANTICA TRADIZIONE DELLA VALLE DEL METAURO
Le Lumachelle
delle Monache
Roberta Ridolfi
Sommelier
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