È una storia lunghissima quella dei Chiavelli, signo-
ri di Fabriano. Parte dalla metà del XII secolo con
Chiavello Chiavelli per concludersi nel 1991 con la
morte dell’ultimo grande della dinastia fabrianese,
Marino Chiavelli. Era da tempo che pensavo di po-
ter raccontare una così importante avventura pro-
fessionale che mi ha dato lustro e prestigio, grande
esperienza, una di quelle occasioni che può capitar-
ti una sola volta nella vita e che capita ad uno su
un milione: lavorare per uno dei dieci uomini più
ricchi della terra.
La signoria ha avuto inizio verso la metà del XII se-
colo, quando la città di Fabriano era sotto la giuri-
sdizione di Pistoia ed era sballottata in politica fra
i Guelfi bianchi e neri fedeli al papato ed al casato
di Sassonia. Divenuti signorotti del paese di Attig-
gio, ancor oggi esistente, la famiglia Chiavelli vede
aumentare sempre più la sua potenza a tal punto di
impadronirsi totalmente dell’economia della città
di Fabriano dove a breve ne diverranno incontra-
stati signori. Questi, fra il XIV e il XV secolo, erano
riusciti a monopolizzare ogni attività cittadina: dal-
le lane alla carta, dai mulini ai commerci, da quella
agricola all’artigianato, fino all’immobiliare e alle
banche. Sicuramente non furono all’altezza dei Me-
dici che, con la loro abilità, soprattutto nel periodo
di Lorenzo il Magnifico, pontificavano su Firenze
con il buon umore della cittadinanza, delle corpo-
razioni commerciali e dei banchieri. Alle spalle dei
Chiavelli serpeggiava invece da tempo grande ma-
lumore e aria di rivolta. Qualcosa di brutto aleggia-
va nell’aria e così fu. Il 25 maggio del 1435, giorno
dell’Ascensione, gran parte della famiglia Chiavelli,
pochissimi rimarranno in casa, si reca in chiesa
per la funzione religiosa ed esattamente in quella
di San Venanzio, ancora oggi dominante il nucleo
storico della città. Sequestrata la guardia di prote-
zione nel mezzo della funzione appaiono (secondo
dati storici) 17 oscuri personaggi che all’altezza del
sagrato, armati di coltelli, fanno strage dei Chiavel-
li presenti. Il sagrato sarà poi rimosso nella vicina
chiesa di San Benedetto, tuttora visibile. La congiu-
ra ordita dalle varie corporazioni non risparmierà
ne donne ne bambini e perfino un neonato venne
giustiziato. I Chiavelli dovevano essere sterminati.
Si salvarono però dal funere nefando soltanto due
pargoli pietosamente occultati in sacrestia dai cleri-
cali che servivano messa. Successivamente codesti,
insieme agli altri pochissimi giovani della famiglia
scampati all’eccidio, verranno in gran segreto ed in
fretta spediti in adozione a nobili famiglie del nord
Italia. Cade la più importante signoria fabrianese,
ma i Chiavelli non si estinguono.
Maggio 1989, sono al Fortino Napoleonico di Por-
tonovo in qualità di direttore. Mi giunge una ina-
spettata telefonata da Johannesburg e con grande
sorpresa scopro che a chiamarmi è il dottor Marino
Chiavelli, penultimo discendente del casato, poiché
questi ha un figlio. Mi chiede, visto che il suo primo
Sommelier era ammalato ed era rimasto solo il vice,
se posso dirigergli un servizio vini per una impor-
tantissima cena privata con emiri e petrolieri nel
suo straordinario Ristorante Concorde, locato in
Villa Poma di Mantova. Vista l’insistenza e siccome
lo avevo avuto cliente al Passetto di Ancona, non
potei dire no, portandomi al seguito due colleghi
anconetani: Dea Covezzi e Giannetto Pergolotti.
Giunti a destinazione rimanemmo allibiti. Pregia-
te boiserie in legno realizzate dai maestri mobilieri
di Cantù, marmi bianchi e rosa di Carrara su ogni
ricca Signoria sfortunata nel
medioevo, miliardari del xx secolo
I
C
hiavelli di
F
abriano
di Gualberto Compagnucci
Gualberto Compagnucci,
seduto e con i baffi e allora
direttore del Concorde di
Mantova, con una parte del
suo qualificatissimo staff
Gualberto Compagnucci
nella prestigiosa cantina del
Concorde con uno dei suoi
due sommelier (foto a lato)
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