Editoriale del Direttore
_ Gualberto Compagnucci
VINI DI FRANCIA E D’ITALIA:
QUALCUNO FA
TROPPA CONFUSIONE
Beh insomma, in quanto a difetti
noi italiani non siamo degli an-
geli, ma c’è chi ci frega. Mettendo
a confronto la nostra legislazione
enologica con quella dei transal-
pini si evince che nel nostro Pae-
se le denominazioni siano abba-
stanza chiare, ma non si può dire
la stessa cosa della Francia.
Le
AOC
con tutte le sue sotto de-
nominazioni e a volte un po’ di-
scutibili come le differenze fra un
Vin Doux
naturale e un
Luquo-
reux
, dove spesso l’alcolizzazione
viene fatta in ambedue i casi, per
non parlare di
Cru
,
Lieu Dit
,
Cli-
mat
e
Monopole
che creano ai più
non solo un ginepraio di confu-
sione, ma un senso quasi di favo-
ritismi e personalizzazione.
Fermo restando che in Italia non
esista una classificazione
Cru
,
nata invece nel Bordeaux già nel
lontano 1855, come non esistono
i
Courtier
che sono degli specia-
listi freelance o dipendenti delle
Camere di Commercio e dell’In-
dustria dediti a consulenze, va-
lutazioni e transazioni fra
produttori e commercianti,
potrebbe essere ritenuta a
ragione di molti una ir-
rispettosa mancanza nei
confronti di quanti, pro-
duttori e comuni, venis-
sero esclusi in una clas-
sificazione considerabile
forse un po’ troppo di
parte o faziosa.
Cioè, con quali criteri,
al di la di certe filosofie
produttive, si potreb-
be ad esempio dire che
i Verdicchio di Matelica
siano dei
Grand Cru
, quelli del-
la sponda destra dell’Esino
Pre-
mieur Cru
, e quelli della sponda
sinistra senza classificazione?
Riferendoci allo stesso vitigno
ognuno di questi territori ha,
come direbbero appunto i fran-
cesi, un proprio
Lieu Dit
e i vini
si manifestano ovviamente con
sfumate caratteristiche diverse,
ma sempre degne di essere al pa-
ri nella qualità. Chi può osare di
sostenere l’opposto e mettersi a
fare il censore? Ora poi, che La
Tâche, Romanée Conti e com-
pagni siano grandi vini nessu-
no può metterlo in dubbio, ma
che per comperare un ettaro di
vigneto nella Vosne Romanée ci
voglia una cordata di capitani
d’industria, sborsando qualche
milione di euro a testa, dimo-
stra palesemente o che noi ita-
liani siamo fessi e che i francesi
sono bravi o... dei furboni. Voi
direte che hanno giocato bene le
loro carte, ma... allora è l’umani-
tà che è stupida e si è fatta im-
bacuccare in quanto trattasi pur
sempre di un bicchiere di vino. A
meno che non abbia ragione Joe
Bastianich quando dice che noi
italiani non sappiamo valoriz-
zare i nostri eccellenti prodotti.
Che dire poi dei
Monopole
che
sono delle
AOC
personalizzate
come nel caso dei
Grand Cru
su
citati e come lo Château Grillet,
sorta di piccola enclave del Con-
drieu nella Valle del Rodano di
proprietà di un unico produttore
che si chiama Neyret-Gachet.
Anche se ci hanno provato, l’ope-
razione non è riuscita; al Sassica-
ia non è stata concessa una DOC
personale ma è stata inserita nel-
la denominazione Bolgheri-Sas-
sicaia. Pensate quanti produt-
tori toscani del Montalcino o
piemontesi barolisti o del Bar-
baresco e di ogni dove avreb-
bero giustamente arrogato
lo stesso diritto come ad
esempio un Angelo Gaja.
Mi spiace non poter pro-
lungare il discorso perchè
ci sarebbe ancora tanto
da dire e... ci ritorneremo,
ma con questo, pur essen-
do grande nazionalista,
non rinnego la mia pas-
sione per i vini di Fran-
cia; ma... c’è molto fumo
e troppa confusione.
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