Sommeliers Magazine Marche n. 39 - page 34

Andrebbe fatta una ricerca comparata sull’influen-
za del vino nella storia culturale e artistica di tanti
illustri marchigiani, in parallelo con l’impatto cru-
ciale dei vigneti sul paesaggio e sull’economia del-
la regione. Su Giacomo Leopardi e l’enologia sono
state già scritte molte pagine, parti di volumi o
biografici o su specifici aspetti della sua esistenza.
Ne ho letti molti e sotto troverete un primo riferi-
mento bibliografico a tre testi specifici sull’enoga-
stronomia. Quel che non sempre viene sottolineato
è che la genealogia dei Leopardi (commercianti e
albergatori guelfi) illustra complessivamente una
delle più antiche famiglie marchigiane (forse ita-
liane ed europee) dedita da secoli alla viticoltura,
come rilevante e identitaria attività.
Forse l’attuale universale notorietà della casata
non sarebbe avvenuta se, a un certo punto, non fos-
se vissuto Giacomo, è probabile. Si sarebbe trattato
di una delle famiglie antiche e in parte nobili dei
territori dell’Italia centrale (sotto prevalente tutela
pontificia), associabili alle alterne vicende dell’ari-
stocrazia di campagna e delle rendite agricole, del-
le lotte fra guelfi e ghibellini e dell’incrocio con gli
eserciti di passaggio, dei conflitti sociali e di classe.
L’esistenza e la fama del poeta hanno costituito una
cesura periodizzante per la famiglia, per Recanati e
per le Marche, con la quale tutti poi hanno dovuto
fare i conti. E, tuttavia, l’interesse per la genealo-
gia dei Leopardi fu innanzitutto del curioso padre
Monaldo (molto più che della più nobile, ricca e
austera madre Adelaide Antici), poi arricchita dai
tanti successivi studi sul poeta.
A casa Leopardi c’erano vigne e some di vino (misu-
ra antica di capacità di contenitori di liquidi) fin dal
Trecento. Già si vinificava in una grande cantina.
A fine Cinquecento fu comprata la vigna di Chia-
rino alto (oltre 100 ettari con due vigne accatastate
nei cabrei, oggi ancora più di 50 in filari), capace di
garantire propriamente reddito vitivinicolo (pri-
ma che il sistema della rotazione riducesse i terreni
esclusivamente dedicati), sia con vendita diretta che
come moneta di scambio. E nel Settecento si com-
pletò la realizzazione della cantina tuttora visitabile
(
) proprio sotto l’edificio
sulla Piazzuola del (successivo) Sabato del Villaggio:
400 metri con volte a crociera, locali per appendere i
grappoli destinati ad appassire, tini ed enormi botti
cerchiate in ferro autoprodotte in quercia o rovere
(6 o 7 di 60-65 quintali), spinelli in corno per bloc-
care l’ossigeno, orcioli per vino da messa, raccolta
di acque piovane e riciclo di vinacce come concime,
addirittura una fontana in casa per farvi arrivare il
vino in occasione del battesimo della sorella di Mo-
naldo (poi divenuto viticoltore e cantiniere).
Nella vita di Giacomo la coltura della vite e la cul-
tura del vino sono sempre state presenti. Se ne par-
lava, tanti familiari e intimi se ne occupavano, la
biblioteca conteneva libri in materia, se ne beveva,
lui ci ragionò sopra (imparando ad amare i vini
marchigiani, come poi espresse esplicitamente),
studiò gli effetti su corpo e mente propri e dei com-
mensali, ne scrisse, ne provò di diverse tipologie
anche durante i viaggi (a Bologna come a Napoli).
Le tracce documentarie sono state abbastanza
studiate, dalle poesie giovanili alle traduzioni, da
varie lettere nell’Epistolario alle Operette Morali
e (soprattutto) allo Zibaldone. Già nel 1820 (quasi
22enne) definì il vino come
“il più efficace consola-
tore”
, via via precisandone le possibili virtù (dare
rapido coraggio e vivace disinvoltura per approc-
ci amorosi, acuire percezioni e immaginazione
aiutando a mettersi più in alto nella speculazione
filosofica e nella lirica poetica, favorire quindi le
facoltà argute di pensare e ragionare), tanto quan-
to i possibili effetti dannosi per eccessi e assuefa-
zione (pure con i gravi sconvenienti rischi dell’es-
sere ubriachi). Con sorprendente efficacia nel 1823
così riassunse la sua opinione:
“Il piacer del vino è
misto di corporale e di spirituale. Non è corporale
semplicemente. Anzi consiste principalmente nello
spirito”
. Per poi scrivere nell’Elogio degli Uccelli:
“E crederei che la prima occasione e la prima cau-
sa di ridere, fosse stata agli uomini l’ubbriachezza;
altro effetto proprio e particolare al genere umano.
Questa ebbe origine lungo tempo innanzi che gli uo-
mini fossero venuti ad alcuna specie di civiltà; poi-
ché sappiamo che quasi non si ritrova popolo così
rozzo, che non abbia provveduto di qualche bevan-
da o di qualche altro modo per inebbriarsi, e non lo
soglia usare cupidamente”.
E vino i discendenti del poeta ancora producono.
Oggi le uve sia rosse che bianche vengono conferite
alla cooperativa Moncaro di Montecarotto.
Forse questa notevole secolare storia dovrebbe
suggerire una più attenta valorizzazione del ter-
roir, ad esempio provando ad avere anche Ribona
dal vitigno maceratino.
NEL TERROIR DEL GRANDE POETA RECANTESE
LEOPARDI VITICOLTORI
Valerio Calzolaio
Le cantine storiche di Casa
Leopardi a Macerata
Statua di Giacomo Leopardi
BIBLIOGRAFIA:
Giacomo Leopardi
Il piacere del vino,
Francisci (CNSL) 1987
Tommaso Lucchetti
Il poeta e la sua mensa,
Il lavoro editoriale 2012
Domenico Pasquariello
e Antonio Tubelli
Leopardi a tavola,
Lupetti 2008
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