La denominazione
A seguito di questa legge nacquero i consorzi, il 1934 se-
gna la nascita del “Consorzio per la difesa dei vini tipici
Moscato d’Asti e Asti spumante”, con il termine Asti si
definì un territorio di produzione, un vitigno, una tecni-
ca produttiva e un preciso tipo di vino.
Dal 1950 si adottò il metodo Charmat per la produzione
dell’Asti spumante, ciò permise un considerevole svilup-
po dell’industria dell’Asti e si ebbe un notevole incre-
mento della produzione che arrivò nel 1970 a circa 40
milioni di bottiglie.
Il 1967 è l’anno della DOC per “Moscato Naturale d’Asti”,
“Moscato d’Asti spumante” e “Asti spumante”e si avviò
un’ulteriore sviluppo con maggiore cura nella conduzio-
ne dei vigneti e un’ampia diffusione di nuovi impianti di
pigiatura, filtri e presse per la lavorazione, nuove vasche
frigorifere per lo stoccaggio. Dal 1° febbraio 1994 si ha
il riconoscimento della DOCG “Asti”, ciò rese possibile
l’abolizione del termine spumante che era considerato
troppo generico dai produttori e nemmeno troppo gra-
dito sui mercati esteri.
E prevalse il legame del vino con il territorio indipen-
dentemente dal metodo di elaborazione utilizzato.
Nel 2011 con l’ultima modifica al disciplinare sono sta-
te riconosciute le sottozzone: Canelli, S. Vittoria d’Alba
e Strevi. Un riconoscimento per dare maggior risalto al
territorio mediante la menzione geografica.
Asti e Moscato d’Asti
Attualmente sia per il Moscato d’Asti che per l’Asti spu-
mante, si utilizza lo stesso processo produttivo. L’uva è
pigiata con presse a polmone e il mosto ottenuto è re-
frigerato per evitare fermentazioni indesiderate. Viene
ripulito dalle particelle in sospensione, centrifugato e
mantenuto in celle frigorifere a zero gradi.
Durante la conservazione si ricorre periodicamente alla
filtrazione per evitare fermentazioni spontanee. Per il
Moscato d’Asti la fermentazione è bloccata a 5% di titolo
alcolometrico, si ha cosi un prodotto con maggiore quan-
tità di zuccheri e anidride carbonica inferiore a 1.7 bar.
Le zone di produzione
Il nome del Moscato è legato in maniera indissolubile a
due città: Canelli da sempre riconosciuta come capitale
storica del moscato bianco, che viene identificato con un
nome che evoca la sua appartenenza geografica “Mosca-
to Bianco di Canelli” e Asti che pur non rientrando nel
territorio della DOCG presta il suo nome al marchio di
tutela sulla cui immagine compare l’immagine del suo
patrono, il martire San Secondo a cavallo.
I nomi di queste due città rappresentano dal 1800 un’im-
magine di fama e di successo. Il prodotto ottenuto è molto
diverso da zona a zona, tale differenza organolettica è mag-
giormente percepita nella tipologia Moscato d’Asti, vino la
cui produzione è legata alle piccole realtà contadine.
Dagli splendidi vigneti di di Santo Stefano Belbo, Casti-
glione Tinella, Camo, Valdivilla, Mango e Cossano Belbo
si ottengono uve di grande aromaticità che si esprimono
in vini con aroma molto intenso, delicato e fine. La storica
zona di Canelli, Calosso e Boglietto di Costigliole ci regala
vini dall’ aroma molto equilibrato e corpo pieno.
Se si assaggia con attenzione il moscato prodotto nelle vi-
gne di Clamandrana, Fontanile, Mombaruzzo, Castelbo-
glione, Ricaldone, Maranzana, Quaranti, Alice Bel Colle,
Castelrocchero, Rocchetta Palafea e Nizza Monferrato si
percepisce non solo ricchezza aromatica ma anche vigoro-
sità, corpo e grassezza. Nella zona alessandrina di Cassine,
Strevi e Acqui Terme si producono vini con aroma molto
fine dotati di particolare freschezza.
Castello Gancia, Canelli
Castiglione Tinella
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