Sommeliers Magazine Marche n. 39 - page 27

Lo spumante
In quegli anni Carlo Gancia diede inizio alla produzione
di spumanti utilizzando il metodo della rifermentazione
in bottiglia ottenendo lusinghieri risultati. Questa inno-
vazione portò all’utilizzo dell’uva moscato quasi esclusi-
vamente per la produzione degli spumanti.
All’estero questi vini cominciarono ad essere commer-
cializzati con nomi specifici quali: Canelli spumante,
Asti spumante, Asti Champagne, Asti Gran Moscato,
Moscato di Strevi, Moscato Champagne. E ebbero fin da
subito grande successo e grande richiesta.
Il Piemonte era l’unico territorio dove si lavorava il Mo-
scato per fare lo spumante, con tecnica di produzione
molto simile a quella attuale: purificazione del mosto,
travaso, ripetute filtrazioni e leggere rifermentazioni, il
protagonista principale di questi passaggi era un lungo
sacco di canapa doppio noto come “sacco olandese”, mol-
te aziende li mostrano ancora oggi come testimonianza
della passata tradizione. Dopo il prodotto era messo a ri-
fermentare in bottiglia secondo il Metodo Champenois,
la fermentazione andava interrotta al momento oppor-
tuno, senza fare esplodere troppe bottiglie. Le bottiglie
utilizzate erano capaci di resistere fino a dieci atmosfere
ed erano chiamate “Asti pesanti”.
All’inizio del ‘900 si passò da una produzione famiglia-
re ad una vera e propria realtà produttiva organizzata
su base industriale e grazie allo sviluppo tecnologico si
operò una notevole trasformazione sulla struttura delle
cantine. Si realizzarono le prime cantine refrigerate per-
ché si capì che nella fase di rifermentazione in bottiglia il
controllo della temperatura era importante.
Ci fu inoltre l’invenzione di apparecchi industriali per
gasificare i vini che permettevano una produzione di
circa 70 bottiglie all’ora. Ciò fece nascere le prime que-
stioni legali e si propose una legge che obbligasse tutti a
scrivere in etichetta se il vino imbottigliato era a spuma
naturale o artificiale.
Le aziende storiche
Nacquero in questo periodo le grandi case spumanti-
stiche, tra le quali alcune tuttora attive. Zoppa, Bosca,
Gancia, Contratto, Riccadonna di Canelli, Cora di Co-
stigliole d’Asti, Liprandi e Moriondo, Solaro, Pistone,
Taricco di Asti, Beccaro di Acqui Terme, Baldi a Strevi,
Fontanafredda a Serralunga d’Alba, Calissano ad Alba,
Martini&Rossi a Pessione, Francesco Cinzano a Santo
Stefano Belbo e Santa Vittoria d’Alba.
Inizialmente dal punto di vista commerciale si trovò
qualche difficoltà in quanto il prodotto appena entrò nel
mercato statunitense venne considerato dai più troppo
dolce e venne ancora preferito il nebbiolo spumante.
In quest’ottica si rivelò molto importante la richiesta
dell’Argentina che divenne il primo paese ad importare il
Moscato spumante di Canelli tra il 1904 e il 1908. Questa
fu l’inizio di un’affermazione a livelli internazionale ben
più importante.
Gli anni ‘20 furono anni difficili, la fillossera distrusse la
maggior parte dei vigneti e la crisi mondiale del 1929 con
il conseguente proibizionismo istituito in 47 stati degli
USA, bloccò completamente il mercato nord americano.
Per superare questo momento difficile lo Stato Italiano si
mosse con l’istituzione dei “vini tipici” essi dovevano ave-
re caratteristiche di particolare finezza e bontà derivan-
ti dal vitigno, dalla località di produzione e dal metodo
di fabbricazione. Queste caratteristiche dovevano essere
constanti per lo stesso vino e devono essere definite da-
gli statuti consorziali in modo preciso, tenendo conto dei
caratteri meglio affermati e più richiesti in commercio.
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