Inizialmente gli atleti, sia gli ercoli dalle stazze possenti
da esibire anzitutto nel pugilato e nella lotta che gli adoni
snelli dagli arti lunghi e torniti nella corsa a piedi e nel
salto in lungo, dovettero seguire una rigorosissima dieta
restrittiva a base di latticini, la cosiddetta “dieta secca” o
non cotta, durante tutto il mese che precedeva l’inizio del-
le Olimpiadi.
Per disporre dell’energia necessaria ad affrontare i faticosi
allenamenti si nutrirono per lo più di formaggio fresco, fi-
chi secchi e gallette d’orzo, ma anche di frutta e miele atti-
co; regime alimentare messo in dubbio in occasione delle
reiterate vittorie del corridore Dromos, di Stimfalo, che,
cibandosi di carne di manzo, vinse due volte ad Olimpia,
due a Delfi, tre a Corinto, cinque a Nemea.
Fu proprio il geniale pensatore Pitagora, largitore di sag-
gezza e irriducibile vegetariano che, pur diffidando dal
mangiare carne e persino legumi o funghi in virtù del suo
credo fondato sulla trasmigrazione delle anime da un cor-
po a un altro anche di diversa specie, introdusse una die-
ta ricca di proteine animali destinata esclusivamente agli
sportivi in allenamento.
“Sbramano di carni solo i bruti… e
insanguinato pasto agognano i feroci e i truculenti”. “Coloro
che uccidono gli animali e ne mangiano le carni saranno
più inclini dei vegetariani a massacrare i propri simili”.
Allora, proprio come a volte accade oggi, per accrescere
le prestazioni degli agonisti, anche inducendo stati di ec-
citazione o fornendo apporto energetico, si fece ricorso ad
ogni sorta di stratagemma al fine di aspirare alla gloria;
Eurimene di Samo, nonostante la sua bassa statura, vinse
la sessantaduesima Olimpiade nel pugilato favorito dal re-
gime dietetico ipercalorico indicatogli dal sommo filosofo
e insegnante di educazione fisica. Un altro lottatore di pu-
gilato e di pancrazio, Teogene di Taso, imbattuto per ben
ventidue anni, similmente al possente Milone di Cro-
tone, vincitore per sette volte alle Olimpiadi, ingurgi-
tò smodate quantità di cibo durante gli allenamenti.
Persino Ippocrate, padre della medicina, prescrisse
all’atleta di nome Biante di consumare abbondanti quan-
tità di formaggio, latte, uova, carne di maiale e razioni
infinite di melone. L’alimentazione forzata, l’assunzione di
droghe stimolanti e l’utilizzo di funghi allucinogeni, spes-
so con esiti funesti, si rivelarono un vero e proprio patto
col diavolo al fine di accaparrarsi allori olimpici e fama
imperitura. Infatti, il medico greco, Galeno di Pergamo,
rappresentò gli atleti come
“maiali all’ingrasso”
o
“uomini
con poco cervello”
, destinati a perire presto o ad essere ma-
nipolati da allenatori o medici senza scrupoli, attenti più
al personale tornaconto che alla salute dei campioni.
“Poiché, né banchetti, né feste continue, né godersi fanciulli
e donne, né pesci e tutto quanto offre una lauta mensa, dà
vita felice, ma saggio calcolo che indaga le cause di ogni atto
di scelta e di rifiuto, che scacci le false opinioni dalle quali
nasce quel gran turbamento che prende le anime.”
(Epicu-
ro) L’austerità iniziale tornò ad essere praticata grazie al
celeberrimo olimpionico Ikkos, di Taranto, vincitore del
pentathlon e della lotta, oltre che medico e maestro dei più
valenti agonisti, fondatore della ginnastica medica e della
dieta associata all’attività fisica, che pose l’alimentazione,
semplice e frugale, alla base della preparazione atletica.
Il lungo processo di trasformazione del grano in pane,
dell’uva in vino e dell’oliva in olio distinse i popoli pro-
grediti da quelli barbari che si dedicarono alla caccia e alla
pastorizia nutrendosi di carne e di latte. Furono i Greci a
introdurre dall’Oriente questa forma di civiltà nel Medi-
terraneo e a imprimere nelle coscienze valori morali an-
cora oggi fortemente radicati per merito della mitologia,
religione, letteratura e medicina. Ai tre elementi base della
odierna Dieta Mediterranea, vennero assegnate altrettante
divinità per garantire la fertilità della terra e l’abbondan-
za del raccolto. Demetra, la Terra Madre, protettrice delle
coltivazioni e del grano che divenne pane, responsabile
del ciclo delle stagioni. A causa del rapimento di sua figlia
Persefone da parte di Ade, dio degli Inferi che se ne inva-
ghì follemente, errò nel mondo conosciuto ricercandola
in preda alla disperazione per nove giorni e nove notti
finché la terra per il dolore divenne sterile. Zeus, preoc-
cupato dagli sconvolgimenti naturali, con un’astuto com-
promesso pattuì che Persefone dovesse ogni anno, per sei
mesi fra la primavera e l’autunno, far ritorno dalla madre
e nella stagione fredda dimorare con Ade nel tenebroso
regno sotterraneo. Placata l’ira di Demetra si ripristinò il
normale succedersi delle stagioni che vide la terra feconda
nei mesi primaverili e spoglia di flora in quelli invernali.
Ippocrate
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