Sommeliers Marche Magazine 53 - page 8

tutto incorniciato di oro zecchino, mi offrirono un
5 puttonyos su di un bel trancio di Saker torte, che
con quei due sottili strati di confettura di albicocca
si magnificava con il vino. A casa mia però me li
sono goduti spesso in compagnia di buon gorgon-
zola maturo e pennellato di miele di castagno e...
non vi dico. Il periodo di conservazione di questi
vini sembra essere illimitato. Personalmente, fra
le alcune che conservo in cantina, ne ho aperte un
paio datate almeno una trentina di anni ed è stata
un’esperienza irripetibile.
Tornando al territorio venni invitato un giorno nel
villaggio di Tàllya, che è la zona più vocata, ed ebbi
la fortuna di degustare in verticale tutta la serie di
questi fino al 6 puttonyos. Si notavano perfetta-
mente le tante differenze fra gli uni e gli altri, ma la
matrice rimaneva sempre la stessa: anche un
3 puttonyos può dare grandi soddisfazioni.
Nel contesto della visita in altra località vici-
na ebbi modo di vedere, in una cantina di
proprietà dello Stato, per lo meno allora,
quella che è considerata la più grande bot-
te al mondo, ed era veramente maestosa.
C’è da dire poi che alcune delle cantine di Tokaji
si sviluppano su diversi piani e a volte si allunga-
no sotto terra per diversi chilometri. Meravigliose
ancora sono quelle che in superfice appaiono come
piccole capanne dal tetto spiovente.
Quindi, per una veloce ricapitolazione, i vitigni
che in genere interessano gli Aszù sono oltre al
furmint, che con la sua buccia sottile facilita il la-
voro alla
botrytis
e con la sua acidità sostiene
poi il vino, abbiamo come partners minori
l’hárslevelü con i suoi sentori fruttati e il
sárgamuskotály che conferisce aromatici-
tà, in quanto varietà assimilabile al nostro
moscato bianco.
Ora, tornando allo Szamorodni, questo subisce
un’affinamento di minimo due anni in botte, dove
spesso, lasciandole scolme, subisce una ossidazio-
ne al pari dello Sherry o dei vini del Jura. Per que-
sto motivo poi assomiglia vagamente allo stesso
vino andaluso con i suoi aromi terziari di frutta
secca e il tostato, soprattutto nella versione secca.
Durante una cena nella Puszta, accompagnati dal-
le note di violini zigani, mi servirono la versione
secca su dei crostoni di pane con un patè di locale
fegato grasso di anatra e il dolce, visto che ero ita-
liano, con il papacenko, spaghetti con cioccolato e
fu, anche se insolita, una gradita, sorpresa.
Dopo la riforma della legge del ‘91, che vedeva la
produzione sottomessa al governo magiaro, diver-
si sono ad oggi i buoni produttori e ricordo anche
fra le diverse jointventure internazionali, Suntory
di Hészölö, Franz Pfeil di Füleky, Disznókö Vega
Sicilia di Oremus, Axa Millesimes e a questi si
affiancano ormai da tempo altre belle aziende to-
talmente nazionali che hanno creato l’Unione dei
grand crus di Tokaji; a tutto ciò si affianca la gran-
de produzione del Balaton. Nelle amene località di
Csopak, Kàlì e Tihany, tutte con terreni dalle ca-
ratteristiche diverse e che guardano verso il lago, i
vitigni più allevati sono gli autoctoni bianchi fur-
mint e olaszrizing con i neri kadarka e kefrancoss.
Un’abbondante varietà di internazionali soprattut-
to cabernet, merlot e sauvignon blanc concorrono
sia da soli che nelle cuvée. In definitiva, questo bel
patrimonio vitivinicolo è sicuramente fonte di in-
teresse per approfondire la conoscenza del Paese
dei violini zigani e del grande Tokaji.
I diversi gradi di
botritizzazione delle
uve furmint
Cantina Oremus di Vega Sicilia,
Tolcsva, Hungheria
Tradizionale pipetta
ungherese per bere Tokaji
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