Fossombrone,
il fiume Metauro
elefanti africani e le circa dieci legioni dei consoli
repubblicani romani Marco Livio Salinatore e Gaio
Claudio Nerone e del pretore Lucio Porcio Licinio,
quindi al pari di forze, si danno cruenta battaglia
(nel periodo della Roma consolare una legione si
componeva di 4.300 fanti e arcieri e 350 cavalieri).
I Punici vincono il primo tempo sfondando il
centro dell’armata romana con i suoi enormi pa-
chidermi, ma la ripresa del secondo si rivela una
disfatta per loro. I Romani seguono il volo di alcu-
ne cornacchie che si poseranno su di una collina
a destra del loro schieramento; successivamente al
colle verrà dato il nome di “Mons avium” il monte
degli uccelli, oggi Mondavio.
Il volo viene interpretato come un segno di buon
auspicio e i Latini riorganizzatisi contrattaccano,
sfondando la linea dei disordinati Galli facendone
strage; da li a poco tutto l’esercito punico subisce
il massacro. Qualcuno ha colpa, dice Tacito, di
questa inaspettata disfatta. Sono i soliti inaffida-
bili Galli, che avendo passato la notte a far bagordi
e trovati ubriachi fradici produrranno più danni
agli alleati Punici che ai Romani.
E mi chiedo: Che cosa avran bevuto per poi ubria-
carsi? Beh, la risposta mi viene facile, siamo sui
Colli del Metauro, quindi non ci sono dubbi che
fossero i vini raziati e prodotti allora in quei luoghi.
Ed il pensiero mi passa ancora ai festeggiamenti
romani dopo il fiondamento della testa recisa di
Amilcare verso l’accampamento pugliese del fra-
tello Annibale. Vogliamo che insieme alla truppa
i due consoli non abbiano brindato all’importan-
tissima vittoria? Gli stessi vini avranno dissetato
sette secoli dopo Goti, Bizantini e Longobardi.
Come ancora gli stessi, sicuramente più accetta-
bili, avran bagnato per quasi mezzo millennio gli
opulenti banchetti ducali dei Montefeltro, dei della
Rovere e dei Malatesta e… volete che Cesare Bor-
gia non abbia brindato, quasi certamente con un
antenato del Bianchello, alla cacciata del duca Gui-
dobaldo dal palazzo di Urbino!?
Pur vero che all’epoca i vini non avevano anco-
ra una identità ben precisa: tutto ciò che era uva,
bianca e rossa, veniva spesso mescolata producen-
do una unica fermentazione, ma ad alcune uve ri-
tenute di pregio si riservava già per tradizione la
vinificazione separata, soprattutto quando desti-
nate ai calici ducali.
Anche i francesi di Napoleone avranno sicuramen-
te apprezzato il vino del Metauro, che all’epoca
poteva già chiamarsi, per lo meno ancora ufficio-
samente, Bianchello; come non possiamo esimerci
di pensare che la sfrenata ed epicureica golosità di
Gioacchino Rossini non abbia avuto piacevoli ap-
procci con il bianco di casa sua, magari portando-
selo anche nella residenza parigina.
La Valle del Metauro
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