Unico più che raro, il Vino Lacrima di Morro d’Al-
ba si distingue nel mondo enologico per i suoi stra-
ordinari profumi. È sempre stato il sogno di ogni
contadino marchigiano quello di infilare nel vi-
gneto un filare, e scusate il gioco di parole, di uve
Lacrima. Non a caso in passato, nelle produzio-
ni vinicole rosse dell’anconetano e del maceratese,
Rosso Piceno in primis, si sentiva spesso quel deli-
cato profumo di piccoli frutti maturi. Pur vero era,
quando le DOC non erano ancora nate, che qual-
cuno infilava in mezzo ai mosti rossi grane passi-
te della così detta uva cimicia, di radice silvestre,
per aumentarne i profumi e la sapidità, ma... con il
tempo, mettere a dimora un filarino di Lacrima di
Morro aiutava a migliorare la discuttibile qualità di
allora, conferendo una maggiore eleganza nei con-
fronti dell’uva cimiciosa. Altri tempi!
Ma andando ancor più indietro
col pensiero potrebbe appa-
rirci la maestosa figura del
teutonico Barbarossa che
assiso ansioso, con un
braccio appoggiato al
suo scranno reale, tiene nell’altra mano una copio-
sa coppa di Vino Lacrima nell’intento di scacciare i
più infausti pensieri.
Correva l’anno 1173 quando l’Imperatore inviava
truppe al comando del Vescovo Cristiano di Ma-
gonza, suo luogotenete, per cingere d’assedio la cit-
tà dorica e chiudere definitivamente una vecchia
diatriba nata con l’Esarcato di Ravenna, ma anche
la golosìa di mettere le mani sul più strategico porto
dell’Adriatico, voluto anche dall’Imperatore Traia-
no come imbarco per la conquista della Dacia. Fra
assedio e negoziati i tempi sono lunghi e duri ed
il Barbarossa pone già dal 1167 il suo stato
maggiore a debita distanza da Ancona, fra
le mura e le alture della cittadina di Morro
d’Alba. Il luogo è sicuro: la
vicina città di Jesi è nemica
di Ancona e sorregge, obbli-
gata, l’Hoestaufen. Il posto è
ameno, ricco di selvaggina per
sfamare le stanche truppe e...
soprattutto c’è buon vino.
Selvaggina a parte, l’Impe-
ratore del Sacro Romano Im-
pero toglierà anche le brache ai
poveri abitanti di Morro. L’atto
eroico della vedova Stamura, o Sta-
mira, che incendio con un barile di
pece le torri da guerra dei tedeschi ed
i 1.500 uomini inviati dalla Contessa
di Bertinoro aiuteranno Ancona a libe-
rarsi dal germanico barbuto.
Comunque sia stato, strategie a parte, c’è
da pensare che il Barbarossa era un altro di
quelli che la sapeva lunga in fatto di godimenti. Chi
sa quante volte avrà alzato il gomito fra Verdicchio
e Lacrima, se non altro quale minima consolazione
alla funesta campagna militare?
IL ROSSO PIÙ PROFUMATO
Gualberto Compagnucci
Statua di Federico
Barbarossa
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