L’avvocato Antonio Comelli che con entusiasmo
portò avanti la preparazione del Ramandolo, vino
che vinse nel 1893 “Un attestato di lode” per la sua
impressionante inezza, continuando così la lunga
tradizione famigliare. Il Conte Fabio Asquini di
Fagagna fu, invece, il salvatore del Picolit. Nel 1700
lo rese famoso anche ai “forasteri”, portandolo a
Londra, a Parigi, alla Corte di Francia così come in
quella dello Zar. Descriveva il Picolit come “netta-
re prodotto dagli sparuti acini del grappolo”. Tanti
sono poi gli studiosi rimasti afascinati dal Picolit: il
Gallesio (1839) che lo disegna nel suo “Pomona Ita-
liana”; ancora dal Di Rovasenda (1877), dall’Odart
(1849) e dall’Agarotii (1867). Il suo successo moder-
no è legato alla famiglia Perusini, nobili proprietari
di Rocca Bernardaluogo, “cult” del Picolit!
Tante le controverse vicissitudini che il Ramando-
lo e i suoi produttori hanno vissuto, tutte certiica-
te dalle continue variazioni del disciplinare volte
esclusivamente a proteggere una delle eccellenze
della viticoltura friulana. Il 18 giugno del 1992, il
Ministero dell’Agricoltura sancisce, dopo un lungo
iter, che il nome Ramandolo può essere usato solo
per il vino ottenuto dal “Verduzzo giallo” allevato in
questa minuscola area dei Colli Orientali. Ben die-
ci anni di “lotte”: il primo ricorso presentato dalla
Cooperativa agricola di Ramandolo è datato 1981,
con la richiesta di modiica del disciplinare del 1970,
che prevedeva l’utilizzo del nome a tutti i vini del
COF ottenuti dal Verduzzo, anche quello “verde”
con caratteri organolettici, ma anche nel “terroir”,
decisamente diversi. Nel 1989 la delusione fu anco-
ra più aspra, il nuovo disciplinare consentiva l’uso
del nome Ramandolo in tutti i Colli Orientali, ri-
servando alla zona storica la menzione “classico”!
Soluzione “politica” che si scontrava con le attese dei
produttori: vedendo in ciò un caos che avrebbe dan-
neggiato loro e di sicuro i consumatori. Immediato
fu il ricorso al TAR del Lazio, che non poté non dare
ragione ai ricorrenti. Da qui la nuova disciplina con
la quale si sanciva deinitivamente l’esclusivo uso
del nome nell’area dei comuni di Nimis e Tarcento.
Nel 2001 dopo anni di duro lavoro, riconosciuta la
qualità del prodotto, arriva il passaggio alla DOCG,
prima nel panorama viticolo friulano.
Un “CRU” ecco cosa è diventato il Ramandolo, ter-
mine di grande efetto e immagine, che i francesi
usano per indicare qualcosa di unico che nasce solo
lì, dall’incontro felice di piccole situazioni che crea-
no un’essenza irripetibile altrove: l’ambiente, il ter-
ritorio, il clima, il vitigno, la tradizione, gli uomini,
il vino... e per i cultori ma anche per gli appassionati,
identiicare un vino con la zona d’origine è la massi-
ma valorizzazione del vino stesso.
I due vini si producono nell’area delimitata del Colli
Orientali del Friuli, il Picolit in tutta la zona, il Ra-
mandolo solamente in una ristretta area tra i comu-
ni di Nimis e Tarcento, in particolare sulle colline di
Sedelis e della riviera del Coia.
La morfologia delle colline ha pendenze molto ac-
centuate, nel tempo l’uomo ha costruito terrazza-
menti, a volte inferiori al metro di larghezza, soste-
nuti da muretti a secco, che garantiscono il perfetto
soleggiamento. Sull’orlo esterno della terrazza è si-
stemato il ilare, con intelaiatura di pali di legno o,
più spesso, da sostegni vivi di alberi di gelso o cilie-
gi. Tutt’intorno boschi. Le viti afondano le radici su
terreni marnosi, esposti al sole e sono allevate tradi-
zionalmente con il sistema a “cappuccina”. Le condi-
zioni termiche, caratterizzate da evidenti escursioni
in periodo prevendemmiale, hanno determinato
una sorta di isola climatica particolare, adatta a po-
che varierà, tra di loro il Ramandolo e il Picolit.
Similari sono le tecniche con cui i vini sono prodot-
ti; anche se il Verduzzo giallo è lasciato ad appassire
prima in pianta e poi nei solai. Questo non accade
nel Picolit, giacché caratterizzato da produzioni
molto limitate dovute all’aborto loreale spontaneo
(acinellatura dolce) legato alla poca eicacia degli
stami maschili. Questo determina che pochi iori
sono fecondati, lasciando il grappolo spargolo e por-
tando a maturazione solo 10-15 acini piccoli e molto
dolci, rendendoli delle vere e propria “gemme” ric-
che di componenti aromatiche e zuccherine.
Un tempo la lavorazione delle uve era quanto di più
autentico e naturale si possa immaginare. Il mosto
delle uve raggiungeva i 25-30 gradi Babo. Il pigia-
to era posto nei tini di legno con le bucce e appena
il “cappello” usciva era appesantito con l’argilla, la
stessa “ponka” del terreno: una blanda “criomace-
razione” considerate le temperature di inizio in-
verno. È diicile calcolare il tempo di contatto, ma
certamente era piuttosto lungo, da qui le sensazioni
tanniche che si provano assaggiandone un calice.
Il vino era poi travasato in piccoli fusti di legno e
dopo circa un anno messo in bottiglia. Per incredi-
Uva Picolit
A lato: uva Ramandolo
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