vo”. “È da lodare quell’uomo che,
dopo aver bevuto, rivela cose bel-
le, così come la memoria e l’aspira-
zione alla virtù glielo sugge-
riscono”.
L’ideale di Senofane sarà
poi sviluppato da Platone
(tra V e il IV secolo a.C.)
nella Repubblica, nelle
Leggi e nel Simposio.
Nella Repubblica il vino si
intreccia a morale, politi-
ca e ragione. Si auspica una
società sana in cui uomini e
donne possano “banchetta-
re, brindando a vino, men-
tre, inghirlandati, avrebbe-
ro levato inni agli dei”. Nelle
Leggi, Platone analizza “l’ubria-
chezza in quanto tale” e prescri-
ve “l’atteggiamento che si deve
avere di fronte ad essa al ine di co-
struire uno stato forte e virtuoso”. Se-
condo Platone l’uomo è una macchina
complessa e meravigliosa oscillante con-
tinuamente tra il coraggio e la paura.
Per mantenersi in equilibrio è neces-
saria la guida della ragione (logos). È la
ragione che indica nell’ubriachezza il male da
evitare perché riduce l’uomo in stato di impotenza
ma è la ragione a suggerire al politico di raccoman-
dare l’uso moderato del vino perché “l’anima acqui-
sti pudore e il corpo sanità e forza”.
Per Platone i giovani ino a 18 anni dovevano aste-
nersi dal bere vino in quanto “non bisogna versa-
re nuovo fuoco sul fuoco del loro corpo e dell’ani-
ma loro”. Al contrario, per i più anziani Platone ha
delle bellissime parole. Essi potranno consolarsi in-
vitando Dionisio alla festa “per la quale la medici-
na del vino egli diede in dono agli uomini, rime-
dio alla dura vecchiaia. Noi ringiovaniremo
e non sarà più duro il nostro cuore, ma
si farà più morbido avendo dimenti-
cato l’angoscia, come diviene il fer-
ro quando è messo nel fuoco e si
fa più docile all’opera di chi lo pla-
sma”.
Tuttavia, per Platone è legittimo
l’uso del vino ino all’ubriacatu-
ra al solo ine di scoprire la vera
indole umana, le principali in-
clinazioni e il proprio istinto. In
questo modo si può capire la pro-
pria natura. Platone, in sostanza,
accetta la dis-misura perché per ca-
pire la misura della ragione bisogna
superarla.
Nel Simposio è descritto l’uso del vi-
no nel banchetto, propedeutico que-
sto, alla discussione, ine ultimo
ed elemento centrale del
simposio stesso. In
casa del letterato
Agatone diver-
si ospiti, tra cui
Socrate, Plato-
ne, Aristodemo, Eurissimaco e
Fedro si erano ritrovati a conver-
sare sul Dio Amore (Eros).
Tutti gli ospiti, tranne So-
crate, elogiano Amore.
Socrate va oltre: consi-
dera la contemplazione
del bello assoluto la for-
ma più alta di amore. In
seguito gli ospiti ragio-
nano sul vino decretando
il trionfo di Dionisio. Al-
la ine alcuni se ne vanno,
altri si addormentano. So-
lo Agatone, Aristodemo e
Socrate restano svegli, pur
avendo bevuto molto, ino
a quando Socrate argomenta
che il poeta tragico è, per sua
natura, anche comico, e nes-
suno ribatte perché anche i suoi
interlocutori cadono in preda al
sonno. Allora Socrate se ne va al Li-
ceo come non fosse successo niente. È
il trionfo di Dionisio, tranne che in So-
crate che poteva dialogare con il di-
vino anche senza bere un sorso di vi-
no. Miracolosamente, il vino su So-
crate non determinava alcun efetto. Il “di-
vino” Socrate, così deinito dai sui discepoli, è visto
come un dèmone in grado di sfuggire alla legge del-
la causa e dell’efetto.
Il dialogo del Simposio porta a diversi insegnamen-
ti. Uno verte sulla natura della ilosoia, cioè, la ricer-
ca della verità. Si fa notare che Eraclito aveva antici-
pato questa idea platonica-socratica: vedeva la verità
come ciò che ama nascondersi. Concetto nuovo per
allora e, nello stesso tempo, moderno dato che per-
corre tutta la storia della ilosoia ino a Heidegger.
Dato che la verità è nascosta alla maggior parte dei
viventi, essa è conoscibile agli uomini riuniti a ban-
chetto attraverso due vie. La prima, attraverso il vino
che con l’ebbrezza ci libera dalle inibizioni e consen-
te così di percepire la verità delle cose. La seconda
via, è quella dell’uomo che ha una natura eroica (o
pura), personiicata da Socrate, il quale può comu-
nicare direttamente con il divino e quindi cono-
scere la verità tanto lontana dagli uomini comuni.
Socrate ha già in sé il sacro furore della ilosoia.
Ricordiamo che Socrate, che a quanto pare scelse
di non lasciare scritti di sorta, è noto attraverso la
testimonianza dei suoi seguaci, soprattutto Platone.
Il pensiero platonico segna lo zenith dell’oinosoia
nell’intera tradizione occidentale.
Per concludere sulla ilosoia platonica-socratica,
possiamo dire che per la maggior parte dei viven-
ti la verità è nascosta dall’apparenza ingannevole.
L’uomo ha quindi due nature: una ingannevole e
l’altra veritiera. Per cui è importante che l’uomo
sappia ragionare (logos) con la propria te-
sta per capire sé stesso, per essere sé stes-
so. In questo il vino può avere un ruolo
terapeutico se usato bene in quanto sti-
mola la mente ad andare oltre il raziona-
le (metascienza) e percepire così cose pro-
fonde: le cose nascoste dall’apparenza ingan-
Sotto: Platone
A destra: Socrate
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