Sommeliers Magazine Marche n. 22 - page 27

Statua del dio Pan
Tuttavia, la vera cultura del vino nasce in Grecia e
nella Magna Grecia tra l’VIII e il IV secolo a.C.
La letteratura greca ci indica una difusa civiltà del
vino. L’Odissea - scritta dal greco Omero verosimil-
mente intorno all’VIII secolo a.C. - contiene molte-
plici riferimenti al vino, considerato capace di libe-
rare dagli afanni, ma anche di far perdere la ragio-
ne, far parlare oltre misura, e far dire ciò che sareb-
be stato meglio non dire sottolineato dall’aforisma
in vino veritas.
Ai tempi di Omero il vino era oferto all’ospite pri-
ma ancora di sapere chi fosse e quale fosse il motivo
del suo viaggio. L’ospite, quindi, si onorava bevendo
coppe ricolme di vino ed ogni commiato era altre-
sì accompagnato da libagioni propiziatorie e quan-
to più l’ospite era illustre tanto più era opportuno
il viatico di numerosi otri ricolmi del nettare degli
dèi. Nausicaa quando invitò Ulisse al palazzo del
padre Alcinoo, quest’ultimo, ancora prima di par-
lare con Ulisse, ordinò al coppiere Pontonoo: “mi-
schia il vino nel cratere e distribuiscilo a tutti nella
sala, voglio che brindiamo a Zeus”. L’aggiungere ac-
qua si spiega con l’usanza di produrre un vino il più
alcolico e dolce possibile, ainché potesse conser-
varsi nel tempo senza alterarsi nemmeno nei lunghi
viaggi per mare. Tale nettare concentrato era addi-
zionato nel cratere da un terzo ino a quattro quin-
ti di acqua, in proporzioni stabilite dal coppiere, in
qualche modo un sommelier ante litteram, igura di
rilievo indispensabile in ogni simposio. Solo il gior-
no dopo il suo arrivo, Ulisse incominciò a racconta-
re del suo lungo viaggio e delle sue peripezie.
Ai tempi di Ulisse restare tutto il giorno a bere e
mangiare non era un evento raro. In fondo, si trat-
tava di stare tra amici e sentire il
“racconto” di ognuno. Era un mo-
do per conoscersi meglio. Usan-
ze che danno la misura di un va-
lore del tempo e di una sacralità
dell’individuo oggi inconce-
pibili se confrontate col si-
stema rovesciato odierno,
aperto al globale, ma pri-
vo di vere relazioni umane
e di “racconti”, elemen-
ti fondamentali della
comunicazione inter-
personale. Certo, mol-
to dipende dal contesto:
nelle metropoli occiden-
tali si vive l’uno ac-
canto all’altro igno-
rando i vicini o ad-
dirittura in con-
litto con essi, men-
tre in ambito rurale e
nei luoghi più desolati
del pianeta, dove si rarefà
la presenza umana, le linee
di fondo dei rapporti umani
non sono troppo mutate dai
tempi di Omero. Da un mon-
do pieno di empatia si è passati
a un mondo dove l’individua-
lismo è prevalente nel quale gli
uomini, il più delle volte in re-
ciproca ostilità, sono in perenne frenesia esistenzia-
le per non sentirsi irrimediabilmente aridi e soli.
Il vino è nuovamente protagonista quando Ulisse
racconta dell’isola del Ciclope e della prigionia toc-
cata a lui e a dodici suoi compagni nel terribile an-
tro di Polifemo da cui erano destinati a non uscir
più vivi: “Partendo, avevo portato con me un otre
di pelle di capra con un vino nero dolcissimo, che
mi aveva donato Marone, iglio di Evante”. Il vino
era chiamato “àkratos”, ovverosia puro, non mesco-
lato. Con questo concentrato di vino di incredibi-
le forza Ulisse riesce nello stratagemma di ubriaca-
re Polifemo, lusingato dal dono di un nettare mai
provato, degno davvero degli dèi. Quando il mo-
stro, completamente ebbro, cade addormentato,
Ulisse e compagni hanno buon gioco ad accecarlo
con un palo rovente, aprendosi così la via della fu-
ga. Senza vino l’Odissea sarebbe inita presto e ma-
le. Tra le astuzie e previdenze dell’eroe Ulisse l’ar-
ma segreta del vino rientra a pieno titolo, sfruttata
anche nell’episodio inale dello sterminio dei Proci,
incapaci di reagire vuoi per proterva incoscienza,
vuoi perché iniacchiti ed ottenebrati dalle abbon-
danti libagioni e crapule da parassiti.
In Omero vi sono rari cenni a Dionisio perché il ve-
ro culto dionisiaco è posteriore. Si sviluppa in Atti-
ca verso la metà del VI secolo a.C. quando da dio
del vino si trasforma nel simbolo delle forze primi-
genie e incontrollabili della natura, in un’accezione
universale che piacerà molto a Nietzsche. Il ponte
tra Dionisio e l’uomo avviene grazie alla capacità
inebriante del vino con il quale si entra in contatto
con la divinità e, quindi, con le sue forze superiori.
Il vino, il cui efetto può determinare irrazionalità,
si collega molto bene con la razionalità che è pro-
pria della ilosoia.
Col difondersi in Attica del mito di Dionisio il vino
diventa un elemento fondamentale sia per i pitago-
rici che per la scuola ilosoica eleatica scuole che si
sono difuse nell’Italia meridionale, cioè nella Ma-
gna Grecia. I pitagorici, che avevano il loro centro
nella colonia greca di Crotone (VI sec. a.C.) segui-
vano un rituale meticoloso che prevedeva l’uso del
vino alla sera per stimolare la cena, poi si passava
alla lettura e alla rilessione, prima di ritirarsi in ca-
sa si beveva di nuovo per conciliare il sonno. Per gli
eleatici, che avevano la loro comunità a Velia nella
costa tirrenica della Lucania, la libagione conferisce
ai simposi un carattere religioso-ilosoico che favo-
risce la buona disposizione d’animo e la virtù.
Senofane stesso, nato Colofonte ma vissuto nel-
la Magna Grecia nel VI sec. a.C., e fondatore del-
la scuola, in una delle sue Elegie descrive con parole
ispirate il banchetto ideale, momento sociale pieno
di cerimonialità sacrale nel quale dominano la pu-
rezza e la festosità gioiosa. La purezza, riscontrabile
nel pavimento, nelle mani e nei calici (“Ora ecco il
pavimento è terso e le mani di tutti e i calici”); la fe-
stosità gioiosa, riscontrabile nei iori, nei profumi e
nel canto (“C’è chi ci circonda il capo di ritorte ghir-
lande, e c’è chi porge in una tazza l’essenza profuma-
ta”). Durante la libagione iniziale si implora la divi-
nità ainché sia concesso di operare bene. “Bisogna
levare canti di lode a dio con racconti pii e con pa-
role pure...” “Bere ino a tanto che chi non è troppo
vecchio possa giungere a casa senza la guida del ser-
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