«Gli esseri comunicano con la voce e lo sguardo,
ma quando sentono il desiderio di approfondire un
rapporto, questi sensi diventano troppo poco. So-
lo con il contatto si ha la prova tangibile, palpabile
della vicinanza, della comunicazione: si ha la sensa-
zione di essere vivi, di essere desiderati». Niente di
più vero. Il tatto è connesso con la dimensione veri-
tativa: anche chi non vede si avvale del tatto.
Per San Tommaso fu necessario toccare i lividi e le
ferite dove prima c’erano i chiodi. Prima di lui era
stato Platone a legare indissolubilmente tatto e ve-
rità (Fedone 65 B 9). Sembra quindi che col senso
del tatto gli esseri umani si appropriano della realtà
che hanno di fronte – sentendola sulla propria pel-
le – e stabiliscono con essa un con-tatto diretto, im-
mediato, indubitabile. Anche Aristotele ricorda che
«delle sensazioni, quella che principalmente appar-
tiene a tutti gli animali è il tatto»
(De anima II, 7).
La vita dell’animale restava, dunque, agli occhi del
filosofo greco, e più in generale degli antichi, “una
questione di tatto”. La priorità del tatto sugli altri
sensi ha radici antichissime e ha ricevuto conferme
anche dagli studi contemporanei.
«La vita sensibile nasce con la presenza della capa-
cità del tatto, e termina inevitabilmente, in perfetta
simmetria, con la sua assenza. Una differenza gerar-
chica separa quindi la facoltà tattile dagli altri sensi:
l’esistenza della prima fonda quella degli altri quat-
tro»
(D. Heller-Roazen, The Inner Touch. Archeo-
logy of a Sensation - trad. It. G. Lucchesini, Il tatto
interno. Archeologia di una sensazione).
La relazione tattile, declinata in positivo o negativo
(carezza/pugno), fa venir meno lo spazio e la sepa-
razione, annulla la distanza fra me e l’altro. Il con-
tatto con il corpo dell’altro non lascia margini di
equivoci: uno sguardo o un suono possono essere
sfuggenti, vaghi o ambigui; una carezza o uno sfio-
ramento, no. Il tatto, più di ogni altro senso, dice la
verità e va a sancire, più degli altri sensi, una diffe-
renza di genere quando si sconfina nella violenza. È
Alda Merini che scrive:
«E bastava una […] carezza
a capovolgere il mondo»
.
Ma nel tatto c’è anche molto di più,
o forse di più umano. Il Dio dei Cri-
stiani s’è fatto uomo per toccare e
per farsi toccare. L’immensa statu-
ra spirituale, eterea, trascendente,
aveva bisogno di una dimensione
carnale, tattile, miracolosa e soffe-
rente per aprire le porte della geo-
metria umana. Se qualcosa “ci toc-
ca” si vuol dire che quella cosa “ci ri-
guarda molto da vicino”, “ci interes-
sa”, “ci commuove”. Il tatto è il senso
della concretezza, il più immediato, il
più vero, ma è anche quello maggior-
mente connesso con la delicatezza. Es-
sere dotati di tatto esprime l’essere caratterizzati da
gentilezza e attenzione, da una “finezza empatica”
nel modo di essere e di sentire.
In questo interessante crocevia di significati co-
me gioca il vino? Come si colloca il degustatore? A
conferma di quanto scritto si può affermare che: so-
lo il vino bevuto ci dà piacevolezze o delusioni.
Il banco di prova delle valutazioni è quello del tat-
to col gusto: provare per credere! L’esame si chiama
-in modo deficitario- gusto-olfattivo, ma è la parte
tattile che determina la promozione o la bocciatu-
ra del vino stesso.
Gli inglesi hanno il termine
flavour
che compren-
de anche tutto quello che il tatto regala in degusta-
zione. Struttura, consistenza, tannini, temperatura,
morbidezza, effervescenza e altro ancora sono tutti
elementi tattili che modificano le percezioni e apro-
no la via alla piacevolezza o al rifiuto di quanto e
cosa è assaggiato. Un tannino troppo duro masche-
ra l’eleganza e non lascia spazio alla parte morbida.
Un’effervescenza sottile, perfettamente integrata, è
la firma inequivocabile e imprescindibile della stof-
fa di uno spumante di classe. Una giusta tempera-
tura di servizio è il supporto valido per la compren-
sione. Insomma: un vino senza corpo non riesce ad
esprimere neanche la propria anima.
Il tatto inoltre è importante anche per il calice. Sce-
gliere di bere in un bicchiere di cristallo o di me-
tallo, di ceramica o di legno, significa modificare il
nostro sentire, cambiare il percepito. Gli allievi AIS
del maestro Teodoro Bugari (che tanto – e per tanto
tempo – ha insegnato nelle Marche), gli allievi della
vecchia guardia per intenderci, hanno spesso senti-
to parlare, durante le sue lezioni, dei corpuscoli di
Pacini e di Meissner, e di come questi recettori so-
no importanti in degustazione. Bere un Sauternes
in un boccale di birra da litro è soltanto un esem-
pio bizzarro, così come lo è pensare di sorseggiare
un grandissimo Cheval Blanc del ‘61 in un bicchie-
re di McDonald’s (il film
Sideways
ci ha immorta-
lato la scena... ci sia di aiuto nei casi in cui si debba
dimenticare).
In conclusione il degustatore professionista dovrà
considerare tra le innumerevoli variabili che in-
fluenzano l’assaggio anche quelle che afferiscono al
tatto, con la considerazione che questo senso gesti-
sce la percezione in modo pervadente e importante,
imparando a comprendere in qual modo esso rie-
sce a deviare i riconoscimenti e le valutazioni quan-
titative dei descrittori.
Mi piace quel che si tocca, si assaggia. Mi piace la
pioggia quando diventa neve e si fa palpabile.
(Virginia Woolf, Le onde)
Ci piace quel che si beve, si assaggia. Ci piace il vino
quando diventa aspro e si fa vivo.
IL TATTO
TOCCARE PER CREDERE
Manuela Cornelii
Arianna Fermani
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