Sommeliers Magazine Marche n. 33 - page 22

È così che lo chiamano gli amici di sempre ed il titolo gli cal-
za a pennello. È a volte un po’ istrionico, ma nella parte mi-
gliore del significato e dalle grandi capacità comunicative:
praticamente un ‘public relations man’ di livello. Maurizio
Gioacchini è un ex manager molto noto ad Ancona altresì
per essere un goduriosio della buona tavola. Non ha voluto
fare corsi da Sommelier ma è come se lo fosse, vista la lunga
esperienza e la profonda conoscenza della materia. In breve
è un enogastronomo di prima fila, nonché storico e scrittore
di molti articoli per i quali collabora con la sua penna al
Resto del Carlino. Maurizio, amico della famiglia Leopardi,
spesso ospite in casa, si è occupato per un po’ di tempo
delle loro Cantine Storiche ed è stato presente al rifacimen-
to della famosa “Desiderata” reinterpretata magistralmente
dalla Contessa Anna ed elaborata da importanti chef.
Maurizio pur avendo il titolo di geometra, come
mai hai abbandonato l’impresa di famiglia ed hai
percorso la carriera nel management e come sei ap-
prodato all’enogastronomia anche professionale?
I primi anni ‘70 furono caratterizzati dal desiderio di cresce-
re in fretta, ed Ancona, città natale e del cuore, mi stava
stretta ed insufficiente. Saltai sino a Pesaro, ove ho un figlio
meraviglioso Manuel, detto Willy, grande DJ, e poi iniziai
un rapporto professionale in Emilia, girando per lavoro nel
Triveneto, Toscana e Marche, zone vocatissime alla cucina
del territorio e al vino. A seguire in Lombardia ed in Francia
dove l’enogastronomia d’oltralpe mi affascinò per l’accu-
ratezza del servizio, la ricerca e il vino di livello in genere
superbo. Colpo di fulmine e colpo nel cuore e colpa di chi
mi intervista. Nell’87 stavo per aprire un ristorante in po-
sizione straordinaria quando i miei amici Oddo e Bibì, mi
chiamarono per il Caffè della Piazza. Da frequentatore di
American Bar di livello, mi ritrovai dietro un banco a fare
cocktails e la conoscenza acquisita e lo studio mi permisero
di far molto bene. Ma sono un progettista e ogni progetto
ha un termine e da li presi la strada per il Direct Marketing
e l’arte a Padova e Venezia. Il destino non si staccava dal
Veneto terra di vini eccellenti e cucina semplice. Poi nel ‘99
a termini scaduti, ritornai ad Ancona e volli testare con il
primo Wine Bar nelle Marche e il primo Wine & Spirit Bar in
Europa, Gnaooo Gatti con le mie socie Francesca e Chiara.
Terminato il progetto, mi dedicai anima e corpo all’enoga-
stronomia di cui sono stato per trent’anni uno studioso ed
un tecnico appassionato ma elastico.
Ami di più la cucina tradizionale o quella moderna?
E... cosa pensi degli chef ultramoderni?
La tradizione ha storia e collaudi fra i più feroci. È come
avere una casa di pietra resistentissima ed una casa di ce-
mento ancora da verificare. Se gli chef ultramoderni seguo-
no le tracce dell’esperienza, la strada sarà di auspicabile
successo. Se praticano il futurismo senza collaudi, rimarrà
un periodo sterile che non sarà ricordato se non per un’e-
spressione inconsistente. Li guardo con sospetto e li studio
da analista sia nelle innovazioni sia sulla loro psicologia.
Cos’è per te un ‘gourmet’? Ti piace definirti tale?
È un francesismo barocco che deriva dall’inglese “grom”
(garzone, cameriere) esteso come buongustaio. Nel signifi-
cato esteso, mi ci compiaccio, ma nel termine discuto.
Buongustaio lo preferisco, perché più ‘nature’, più reale.
Gourmet è come il profumo: dopo un po’ evapora; ma...
tutti vogliono profumarsi.
Che ne dici della ‘Desiderata’ di Leopardi? Giaco-
mo, secondo te, mangiava solo per alimentarsi o
era un goduriosio della tavola?
Giacomo era un Conte e all’epoca non era infrequente dare
le comande al personale di servizio e facilitarle con una lun-
ga lista delle preferenze. In questo senso dobbiamo coglie-
re la ‘Desiderata’ di Giacomo (lista dei suoi cibi preferiti),
ma nei contenuti enogastronomici non vedo nulla di straor-
dinariamente voluttuoso. No, Giacomo faceva la parte del
Conte e non del buongustaio e lo si vede: era magro, mica
pienotto come per esempio Gioacchino Rossini, raffinato e
ricercato, e solo per questa volta utilizzo ‘gourmet’.
Se dovessi fare il critico per un importante guida
quali locali bastoneresti?
Con forza i dilettanti, ma non i debuttanti. C’è sempre un
inizio da rispettare. Dipende dagli approfondimenti. Se poi
si scivola sul pressappochismo, non li bastono, li brucio e
non parlo di loro nemmeno sulle ceneri. Cancello!
Cosa pensi dei vini Italiani nei confronti di quelli
francesi?
Il vino Italiano ha delle eccellenze straordinarie e migliora
sempre di più. Evolve, e penso ai bianchi. Al primo posto per
la Francia metto il Montrachet della mitica Borgogna ma a
seguire Verdicchio e Chablis lo mordono. Beh insomma il
top francese è costante e sono professionisti di rispetto. Il
top Italiano vince e perde a seconda delle annate e delle
case. Rammento una degustazione delle eccellenze rosse
annate 83 fra francesi e italiani con i giornalisti specializzati
dei due paesi e Gino (Luigi Veronelli) come chairman. Ero li
anche come pilota alla prova, oltre che degustatore, nelle
Cantine Storiche di Palazzo Leopardi a Recanati. Presenti
i padroni di casa, i Conti Giacomo, Vanni e Pierfrancesco,
degustammo a lungo i nettari. Vinse il Sassicaia 83, ma
io votai senza indugio il bordolese Chateau Petrus 83 del
Pomerol. Gino mi confidò di aver preferito il Sassicaia, ma
con dubbi notevoli. Poi il vino è come le donne: a chi piace
alta, a chi bassa, a chi rossa, a chi mora e a chi bionda.
E di quelli delle Marche?
Il Verdicchio su tutti, vincente e in grande evoluzione, ma
non dimentico un Pecorino che inizialmente ho sospettato
essere un artificio di marketing. Nei rossi, il Piceno Supe-
riore, il Focara Pinot nero e Sangiovese pesarese e qualche
Rosso Conero. La lacrima non mi conquista e gli altri li tol-
lero ma non li amo.
Tradiresti l’Italia per aprire un locale all’estero?
Tardi! Ho l’età per riflettere e sintetizzare il costruito. I pro-
getti li vendo a nuovi professionisti che amano questo la-
voro e ci credono. Questi soggetti sono le mie aspettative.
Per il resto il mio progetto è stare un po’ in Albania, un po’
in Grecia, un po’ in Bretagna. Ovviamente degustando e
scrivendo. Caraibi? No grazie! Senza storia io non vivo. In
Italia aprire un locale oggi è pesante, davvero pesante, ma
si può fare con progetti innovativi e non scopiazzamenti
come spesso avviene, perché il nostro paese è destinato
ad aumentare il turismo, unica materia prima che abbiamo.
La storia non si cancella. Altre materie prime invece prima
o poi finiscono.
LE INTERVISTE
DEL DIRETTORE
Il Marchese dell’enogastronomia
Maurizio Luigi Maria Gioacchini
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