INDIA
BHUTAN
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LAOS
BURMA
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NEPAL
MONGOLIA
RUSSIA
KAZAKHSTAN
KYRGYZSTAN
PAKISTAN
COREA
DEL NORD
COREA
DEL SUD
XINJIANG
GANSU
NINGXIA
TIANJIN
YUNNAN
SHANDONG
HEBEI
Pechino
JILIN
Negli ultimi tempi sono
poi nate delle
joint ven-
ture
con la Francia,
che addirittura, oltre
alle tante consulenze,
hanno concesso ai ci-
nesi non solo l’ingresso di
diversi loro vitigni ma anche
della parola o denominazione
Château e addirittura di rico-
struire quasi fedelmente alcuni
di questi. L’Italia dovrebbe darsi
da fare di più per prendersi la sua buo-
na fetta, anche se i nostri vini sono ben pre-
senti ed apprezzati, ma intendo anche nell’espor-
tazione del
know-how
, proprio come hanno fatto
i più lungimiranti amici d’oltralpe, che in merito
sono appunto sempre più avanti di noi.
I vitigni più presenti sono i neri e quindi i vini rossi
dominano la scena, considerando poi che per i ci-
nesi il color rosso ha sempre i suoi tanti significati.
Tornando alla grande estensione viticola soltanto
il 15% delle uve sono attualmente destinate al vino
e di conseguenza il Paese, che ha subìto dopo Mao
un profondo stile di vita occidentale, si vede co-
stretto ad importare notevoli quantità di vino da
tutti i Paese e soprattutto europei che vanno però a
servire più che altro l’
élite
cinese.
Ma... come sono i loro vini?
Élite
a parte, su un mi-
liardo e mezzo di anime anche le caste più basse si
sono adeguate, vuoi per motivi salutistici, a pren-
dere un po’ le distanze dai super alcolici sopra de-
scritti. Ecco che il governo ha spinto la produzione
di vini semplici denominati “People Wine”, che
seppur imbottigliati corrispondono grosso modo
alla qualità di certi nostri confezionati in te-
tra brik. C’è poi la produzione di vini di alta
gamma che a detta di noti esperti superereb-
bero per qualità addirittura i californiani.
Da miei recenti occasionali testing potrei
quasi essere d’accordo se non che rifiutarmi
di cacciare anche più di 250,00 Euro per al-
cune delle bottiglie più blasonate. Il
know-
how
francese ha sicuramente funzionato e
comunque vi aggiungerei anche esperienze
apportate da italiani e spagnoli con intrusio-
ne di australiani e cileni.
I vini più apprezzabili secondo me ed altri sono
sicuramente quelli della regione nord-occidentale
del Ningxia, praticamente nei territori della Mon-
golia interna, già interessata a suo tempo come
tappa importante della via della seta. Sono presenti
un centinaio di cantine, alcune delle quali molto
grandi. La superfice vitata di 40.000 ettari permet-
te una produzione di quasi 120 milioni di bottiglie.
Il clima collinare, seppur con forti escursioni ter-
miche, gode di buona ventilazione e le condizioni
ambientali generiche con il recente mutamento cli-
matico favoriscono bene la viticoltura.
Il governo cinese sta pensando da anni di creare
in questi territori una classificazione piramidale
come quella bordolese e addirittura una route du
vin. La megalopoli di Pechino fa un po’ da perno
a tutte le aree vitivinicole satelliti più importanti
e tra queste cito Shandong, altro grande e interes-
sante territorio produttore di vini di alta qualità e
ancora Hebei, Jilin, Hubei e Xinjiang. Pensate che,
incredibile ma vero, i vigneti più alti del mondo
sono i 65 ettari denominati
“Pure Land & Super-
High Altitude Vineyard”
siti in Tibet, da tempo
regione autonoma ma colonia cinese, che si ergo-
no oltre i 3.500 metri di altezza sul fronte dell’Hi-
malaya. A questa altitudine resistono al clima solo
tre uve: l’autoctono bei bing, il moscato e il vidal,
quest’ ultimo notoriamente tipico del Canada.
Chateau Changyu International
Wine City (Yantai, Shandong),
il più grande e antico
produttore vinicolo della Cina
il Moutai e
i “Peoples Wine”
Chateau Changyu Moser XV (Yin Chuan, Ningxia)
Yangshuo, Guangxi
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