Un formaggio di montagna
Assaggiando una scaglia di Bitto invecchiato dieci
anni, si rimane sorpresi e meravigliati dalla bontà:
l’iniziale piacevole sorpresa si accompagna a mille
domande, su come sia possibile una simile finezza
alimentare. Indispensabile conoscere la storia per
capire che di fronte si ha una produzione unica,
inimitabile, straordinaria!
L’allevamento del bestiame nelle valli alpine ini-
ziò quando le popolazioni celtiche furono caccia-
te dalla Pianura Padana dall’avanzata dei legiona-
ri romani. I Celti, in fuga, si ritirarono sulle altu-
re alpine, dove trovarono rifugio dedicandosi alla
pastorizia, unica attività che consentiva lo sfrutta-
mento degli abbondanti pascoli naturali. In quelle
condizioni precarie, sia di vita sia di vie di comuni-
cazione, era impensabile che tutta la “famiglia” se-
guisse il “mandriano” negli alpeggi, così, per forza
di cose, si mise in pratica quel sistema, conosciu-
to dai Celti, per conservare il prodotto principe di
tutto il lavoro: il latte.
“Troppi, a parole, difendono la Cultura, la Storia, la Tradizione e l’Ambiente! I produttori di Bitto, onesti
e coraggiosi, lottano dal 1994 con i fatti... anche per voi!” Parole sottolineate da Paolo Ciapparelli, stori-
co produttore e presidente-fondatore dell’Associazione Produttori Valli del Bitto, che lotta con estrema ca-
parbietà contro la burocrazia, che vorrebbe trasformare questo “gioiello” della natura, nel più banale “ar-
tefatto” dell’industria.
Somm. Prof. Stefano Isidori
Delegato AIS Fermo
e Porto San Giorgio
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