Eh sì, è decisamente certificato che il vino cotto è un
prodotto di sicura origine picena.
I nostri avi erano abituati a concentrare il mosto,
sia per rinforzare il vino giovane di solito povero di
struttura e alcol che poi era conservato nelle piccole
botti di legno, mai vuotate. Lo scopo era produrre
un vino da centellinare, un vino da offrire al parro-
co, al medico, al sindaco, alle persone importanti. Il
suo nome inganna coloro che non conoscono la tec-
nica di produzione, perché esso non è un vino cot-
to nel vero senso della parola; quello che finisce sul
fuoco è il mosto fresco dell’uva appena spremuto.
Quest’antica tecnica enologica, tipica del territo-
rio Piceno (sud delle Marche nord dell’Abruzzo,
in particolare nelle provincie di Macerata, Fermo
e Ascoli Piceno) tramandata fino ai giorni nostri, è
uscita dalle cantine dei casolari colonici per gode-
re, finalmente, del meritato successo finora negato
da leggi e cavilli. Nel 2002 (20 maggio) nel numero
63 del Bollettino Ufficiale della Regione Marche è
stato pubblicato un preciso disciplinare di prepara-
zione del vino cotto valido, oltre che per la nostra
Regione, anche per il vicino Abruzzo. Questa mos-
sa ha convinto il Ministero delle politiche agricole
alimentari, forestali e del turismo a riconoscere il
vino cotto come uno dei prodotti agroalimentari
tradizionali italiani.
Molte le documentazioni che confermano la pro-
duzione del Vino Cotto nella nostra Regione e l’uti-
lizzo di questa bevanda tipicamente rurale legata al
mondo contadino, non solo a tavola ma anche come
rimedio curativo. Bevuto caldo era un toccasana per
malattie da raffreddamento e dolori articolari, era
usato per regolare la circolazione sanguigna e frizio-
nato sulle gambe dei bambini rinforzava i muscoli.
Le prime testimonianze sulla produzione del vino
cotto provengono dall’autore greco Plauto nella
commedia “Pseudolus” scritta nel 191 a.C.. Lo scrit-
tore cita il nostro “attore” come vino da usare per
migliorare i banchetti.
“... è un’opera d’ingegno e
non di natura cuocendosi il mosto finché sia consu-
mato il terzo della sua quantità, deve essere cotto solo
quando la luna non si vede perché congiunta al sole
...”
così Plinio il Vecchio, nel “Naturalis Historia” (I
sec. d.C.), descrive questa modo di fare il vino. An-
che Lucio Giunio Moderato Columella, coetaneo di
Plinio, nel “De Re rustica” cita il “defruntum”, otte-
nuto anche lui per bollitura e conservato nelle botti
di legno tipico dell’Alto Tronto e molto apprezzato
dagli imperatori romani. Nel 1534 Sante Lancerio,
bottigliere del papa Paolo III lo definiva una
“gran
cosa”
per l’utilizzo che se ne faceva. Anche Andrea
Bacci, nel 1595, riporta nel “De Naturali Vinorum
Historia” al XV capitolo del I° libro le caratteristi-
che produttive del vino cotto dell’Agro Piceno. Ciò
basta a testimoniare le radici antichissime che que-
sto nettare ha con il territorio Piceno.
Come accennato questo prodotto è un mosto cot-
to, fermentato e lasciato maturare in botti di legno.
Nell’antichità i vini erano spesso deboli di alcol,
poco strutturati e, molte volte, prodotti anche con
uve di pessima qualità. Infatti, quando il raccolto
era peggiore del solito o quando il proprietario del
terreno sceglieva l’uva migliore e lasciava al conta-
dino quella più rovinata, per non rischiare di rima-
nere senza vino, il contadino faceva ricorso alla sua
Stefano Isidori,
Presidente AIS Marche
IL VINO PERPETUO DEI COLLI PICENI
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