Sommeliers Magazine Marche n. 25 - page 14

Ci siamo mai chiesti che co-
sa bevono a casa le diverse mi-
lioni di anime italiane? Esclu-
dendo i bambini che vanno
a succhi ed acqua, le persone
anziane affette da gravi forme
di diabete o altro che posso-
no bere soltanto acqua o bibite
light, i patiti dello sport estre-
mo ed i fissati delle diete per-
petue, facciamo adesso delle
considerazioni.
Ammettiamo quindi che la
metà degli italiani, cioè poco
più di trentamilioni, beva vi-
no; ma quale vino? Non voglio
ora indagare sui dati ISTAT
ma sembra che le produzioni
DOC e IGT qualificate messe
in bottiglia siano molto basse
rispetto alla produzione totale
che supera i 40 milioni di et-
tolitri. Consideriamo poi che
non tutti gli italiani sono sommeliers, an-
zi, questi fra i diversi sodalizi specifici, iscritti e
non più iscritti, possono essere circa 120/130 mi-
la. Mettiamoci anche i così detti gourmet che non
hanno mai fatto corsi, ma anche la gente comu-
ne che ogni tanto si stappa qualche decente botti-
glia. Ma quanti saremo mai in toto? 15/20 milioni?
E cosa volete che sia per consumare più di 40 mi-
lioni di ettolitri di vino! Va bè, consideriamo che
per fortuna il 60% di questo va a finire all’estero.
Ma ritornado al quesito iniziale: cosa bevono le fa-
miglie a casa?
Ogni volta che capito in diverse cantine è un via
vai di gente che si porta la damina da 3 o 5 litri e
fa rifornimento del così detto “vino da tavola”. Sì
rifornimento, come dal benzinaio, visto che molte
aziende vinicole dispongono nei punti vendita di
pompe proprio come quelle dei carburanti. Oppu-
re il vino lo si spilla direttamente dai tank di accia-
io. Ma sarà buono? Secondo
i consumatori sembrereb-
be proprio di sì. Perché
non crederci? Potrebbe
essere anche vino di se-
conda spremitura, ma
se ben fatto e custodi-
to, un minimo di di-
gnità sicuramente lo
ha; molti di questi
però sono classi-
ficati vini IGT. È
comunque il così
detto “vino base da tavola” come i francesi hanno
le “vin du cafè”.
Ora il problema si pone per la conservazione in ca-
sa. Apri e riapri la damina ogni volta che la trava-
si in caraffa o in bottiglia che dovrebbe poi durare
una settimana circa, il vino, rimanendo smezzato
in damigiana, tende ad ossidare. Quindi, o si im-
bottiglia subito il tutto e lo si chiude ermeticamen-
te con dei tappi, oppure dopo due o tre giorni la sa-
cra bevanda comincia ad andare in malora.
Ecco allora che la moderna tecnologia viene in aiu-
to alla cantina e di conseguenza al consumatore
spartano e sbadato; nasce il “Bag in Box”. È un con-
tenitore da 3 o 5 litri di cartone, con tanto di ru-
binetto a chiusura ermetica, che contiene all’inter-
no una sacca in plastica alimentare oppure e quasi
sempre di alluminio. Oltre all’aspetto perfettamen-
te igienico di questo, si garantisce la massima con-
servazione, anche per lunghi periodi, in quanto il
vino è completamente isolato dalla luce e dall’osi-
geno. Quindi, anche se scolmo, la qualità del vino è
totale, pure sotto l’aspetto organolettico e... non più
ossidazioni. Poi c’è la praticità di averlo sempre fre-
sco inserendo con facilità il “Bag in Box” nel frigo-
rifero. Ora, Vi pare poco?
Ma un conto è per sentito dire ed un’altra cosa è
testare. Ho voluto quindi degustarne alcuni, sia
bianchi, che rosati e rossi dichiarati Marche IGT.
Mah... vi dirò, togliendomi da sotto il naso quel-
la puzzetta che distingue noi sommeliers e metten-
domi nei panni di un comune cittadino che non
degusta ma sorseggia un calice di vino, non li ho
trovati poi così male. Anzi, ho apprezzato il fatto
che 3 o 4 giorni dal primo prelievo, ed ancora oltre,
il prodotto era perfettamente integro, mantenendo
tutte le sue fragranze. Tutto sommato, li ho trova-
ti meglio di certe bottiglie mascherate da etichette
sfarzose, anche DOC, che vorrebbero dimostrare
chi sa che cosa e poi rimani assolutamente delu-
so. Certo che non è il miglior invito a nozze per un
sommelier, ma sono comunque soddisfatto che an-
che i meno esigenti possano ormai bere con digni-
tà. Però attenzione, occhio al produttore! Io parlo
di aziende vinicole di grande lignaggio, non di cer-
te reclamizzate in ogni dove.
E poi non confondiamo gli IGT in “Bag in Box”
con altre produzioni dal contenuto inferiore, con-
fezionate in “Tetra Brik”, che se pur asettiche non
contengono mai vini dalle caratteristiche organo-
lettiche come noi intendiamo. Vanno bene per gli
ospedali, sì! Perché sotto l’aspetto chimico fisico
sono perfetti. Ma chi va all’ospedale sicuramente
non va a fare un corso da sommelier.
Ah dimenticavo! Il costo medio di un “Bag in Box”
va dagli 8 ai 10 euro, franco cantina.
BAG
B X
di Gualberto Compagnucci
La busta che contiene
il vino sottovuoto
all’interno del cartone
(diversi formati)
in
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