Sommeliers Magazine Marche n. 28 - page 22

Nel Medioevo si prende l’abitudine di portare il
coltello appeso alla cintura, tant’è che oltre ad
usarlo per la caccia o per il combattimento (di-
fesa personale) è comunemente usato a tavo-
la per tagliare il cibo: si arriva a cena con il
proprio coltello. Sono prodotte fantastiche
“parure” di coltelli come quelle conser-
vate al British Museum e appartenute
al Duca di Borgogna Giovanni Sen-
zapaura, consistenti in un grande
coltello a tagliente convesso (da cac-
cia) e due più piccoli da mensa fine-
mente decorati, riuniti in una custodia con
coperchio di cuoio rabescato.
Intorno al 1860 s’iniziano a produrre coltelli da ta-
vola senza punta per evitare che la stessa fosse uti-
lizzata come stuzzicadenti.
Il coltello è stato sempre vicino all’uomo e non
sempre per scopi “benevoli”, ma utile sia come ar-
ma di difesa sia da offesa. Coltello, lancia, daga,
serramanico, roncola, pugnali, baionetta... Tanti
tipi. Come per le uve e per il vino, ogni Regione
ne ha prodotto uno con caratteristiche particola-
ri: l’Aquilano, l’Altoatesino, il Bergamasco, la Ron-
cola siciliana e un milione di altri nomi e
formati per questo arnese che ha facili-
tato la vita dell’uomo.
Non dissimile la storia di Monsignor
Cucchiaio! Deve la sua forma alla ma-
no chiusa a “coppa” utile per racco-
gliere l’acqua, infatti, è di solito ovale e
utilizzato per le pietanze brodose.
All’origine di osso levigato e poi di legno
profumato (ginepro o bosso), nell’Antica
Roma appare come “coclea” che significa
“lumaca” perché utile per mangiare questi
gasteropodi, uova e molluschi con pala ro-
tonda e piatta e il manico dritto e appunti-
to per aprire le conchiglie e le uova crude;
ma si utilizzava anche la “ligula” con pa-
la ovale e manico ricurvo utilizzato per
prendere le salse.
Nel medioevo s’iniziò ad utilizzare me-
talli preziosi per la sua produzione così da
soddisfare le esigenze di signorotti e nobili: argen-
to, onice e cristallo.
Alla fine del XVI secolo il manico si allunga e si as-
sottiglia, la moda delle grandi “gorgiere” (collari),
facili da imbrattare con sughi e salse, accelera l’af-
finamento della posateria da tavola e nel corso del
‘600 compaiono diversi tipi di cucchiai: da intin-
golo, da tè, da caffè, da minestra, da zucchero, ecc.
Tutta una gamma di forme e dimensioni con gran-
de sfarzo di decori, metalli e pietre preziosi fino a
trasformarli da semplici utensili a vere e proprie
opere d’arte, senza dimenticare quello per le “pap-
pe” dei bambini in argento, per sfruttare il potere
battericida del metallo.
Piena di aneddoti e leggende, complessa e contro-
versa, l’evoluzione della forchetta. Per secoli l’uo-
mo ha utilizzato le dita della mano o la punta del
coltello per portare il cibo in bocca. Escludendo i
motivi igienici, poiché ancora oggi si usano le di-
ta per “spezzare” il pane o il cioccolato e portarlo
in bocca, rimangono solamente motivazioni di ca-
rattere formale per la “ritrosia” nei confronti della
nostra Madama!
Nasce in Cina intorno al 2400 a.C. come testimo-
niano alcuni reperti risalenti all’Età del Bronzo
della cultura Qijia. In Occidente arriva molto più
tardi, anche se nei musei di Padova e Torcello, so-
no conservati numerosi articoli splendidamente
curati di epoca romana e greca, che riproducono
utensili simili a forchette a due e tre rebbi.
Attrezzi a più “denti”, per infilzare il cibo a tavola,
sono apparsi nell’Alto Medioevo alla corte di Bi-
sanzio, dove un acuminato pugnale si trasforma
in “Imbroccatoio” (tipo spillone) e poi in forchetta.
Il suo utilizzo si sviluppa però tra le classi borghesi
mentre nelle corti vigeva ancora l’etichetta di Ovi-
dio delle tre dita (le posate regali) magari coperte
da preziosi “ditali” per evitare di scottarsele.
Intorno al Mille la figlia dell’Imperatore Cristiano
IX, sposatasi con il Doge di Venezia Giovanni Or-
soleo, si portò dietro una “fuscinulis aureis bidenti
bus”, una forchettina d’oro a due rebbi che utiliz-
zava per portare il cibo in bocca.
Il comportamento fece subito scandalo, tan-
to che la Principessa fu apostrofata di
“bizzarria” e “decadenza”, e quando
morì di peste nel 1005, la supersti-
zione popolare indicò la causa
della prematura scompar-
sa alla punizione divi-
na per l’oltraggiosa
e peccaminosa
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