Sommeliers Magazine Marche n. 28 - page 23

usanza della corte Bizantina nell’uso della posata.
In particolare il focoso San Pier Damiani si scagliò
contro il “demoniaco” oggetto!
Da notare che in epoca longobarda la forchetta era
usata nelle mense dei nobili come si rileva dal “Co-
dice delle leggi longobarde del Monastero della
Clava” dove alcune miniature mostrano Re Rodari
mentre mangia servendosi della “forcina”.
Solo nel ‘500 s’inizia a respirare un nuovo interesse
nei confronti della forchetta. Le nuove regole del-
la “courtoise” (cortesia) tracciate nel “The habits of
good Society”, enfatizzano la barbarie e l’incivil-
tà dell’uso delle mani a tavola, considerando vera-
mente ripugnante mostrarsi con le mani unte, af-
fermando che usarle è da “cannibali”.
Non basta ciò per decretare il successo della nostra
“Madama”; infatti, nelle cronache del viaggio in Ita-
lia del figlio di Caterina de Medici (il futuro Re En-
rico III di Francia), descritte da Arthur Tomas, si
legge il racconto dettagliato sul “piccolo stru-
mento biforcuto” con vena sarcastica: “ven-
nero serviti carciofi, asparagi, piselli e fave
sgranate... fu un vero piacere mangiare
tutto ciò con la forchetta!” Ancora un viaggio e una
cronaca certificano l’ormai generalizzato uso della
forchetta nell’Italia del ‘500: De Montaigne, ospite
del Cardinale De Sans, osserva che in tavola ci sono
coltello, cucchiaio e forchetta, sistemati tra due sal-
viette insieme al pane al posto di ciascun convitato.
Nel resto d’Europa le resistenze rimangono: il so-
spetto che l’uso delle posate sia un eccesso di lus-
so e una peccaminosa mancanza caratteriale, so-
prattutto per chi conserva costumi di vita purita-
ni e austeri. Nel 1629 Anna Maria d’Austria, sposa
di Luigi XIII di Francia, con un’ordinanza vieta in
modo esclusivo l’uso dell’inutile forchetta a tutta
la popolazione. Nella conservatrice corte di Vien-
na resisteva l’uso di intingere le dita nel cibo e in
Inghilterra non se ne ricorda fino al 1660.
Le difficoltà di diffusione furono notevolmente av-
vallate dalle superstizioni religiose che circonda-
vano lo strumento: la forma infernale (simile al
forcone del demonio) causò una resistenza estrema
da parte del Clero. Solo nel ‘700 le autorità eccle-
siastiche rividero le proprie convinzioni e ne am-
misero l’utilizzo all’interno dei Conventi.
Lo slancio definitivo avvenne nella seconda metà
del ‘700; il “ciambellano” di Re Ferdinando IV di
Borbone la propose con i quattro rebbi per riusci-
re a mangiare un alimento “difficile” come gli spa-
ghetti (vermicelli) scivolosi e bollenti. Nonostan-
te le grandi epoche storiche: Egizi, Fenici, Greci e
Romani, Nobiltà Medioevale e Rinascimentale,
fatta eccezione per le coppe per
il vino e l’acqua, pochi piatti e
sporadici attrezzi di servizio,
non si registrano grandi at-
tenzioni agli utensili per la
“mise en place” della tavola;
Le tavole sono spartane e pri-
ve di variazioni estetiche, il fa-
sto e l’eleganza, come la cono-
sciamo oggi, si presenta solo
all’inizio del XVIII secolo!
“Parlare in punta di forchetta”
- Ha origine
dall’introduzione nelle tavole borghesi delle posate,
che fu commentata dai contadini come una stupi-
da esibizione di finta nobiltà. Il significato perciò è
quello di esprimersi con esagerata ricercatezza.
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