Montefalco è un borgo adagiato nella variegata e
frammentata campagna umbra, dove i vigneti fan-
no fatica a trovare dimora tra querce, faggi e diste-
se di ulivi secolari. Qui ci si affaccia dalla ringhiera
dell’Umbria, per provare a scorgere quegli orizzonti
agresti che a poche decine di metri il pittore pre-ri-
nascimentale Benozzo Gozzoli, nel Complesso Mu-
seale di San Francesco, ha tracciato negli affreschi
che ripercorrono la vita del Santo Patrono d’Italia.
E proprio nella quiete di questa ex chiesa, in un’at-
mosfera carica di misticismo si coglie l’anima di un
vitigno profondamente umbro nel carattere: scon-
troso, ombroso, introverso, ma anche generoso. È il
sagrantino, che proprio a Montefalco e in parte in
altri comuni limitrofi (Bevagna, Gualdo Cattaneo,
Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria nella provincia
di Perugia) trova la sua massima e unica espressione
generando una delle due DOCG umbre: il Montefal-
co Sagrantino, prodotto nelle versioni secco e pas-
sito, ma anche l’interessantissima DOC Montefalco
rosso con la prevalente presenza di sangiovese.
La vocazione viticola della zona di Montefalco risale
alla notte dei tempi; Plinio il Vecchio, la cui produ-
zione letteraria è fondamentale per la storia ampe-
lografica, cita un’uva pregiata chiamata “
itriola
” che
veniva prodotta nei territori del municipio romano
dell’antica Mevania (oggi Bevagna), ma anche nel
comprensorio del Piceno. Fino a dopo l’anno Mil-
le non si hanno altre testimonianze al riguardo. È
curioso, ma non inusuale per l’epoca, che in questo
percorso storico non si faccia minimamente men-
zione al nome “
sagrantino
”.
E quindi cosa potremmo affermare riguardo all’o-
rigine del vitigno? È autoctono, tipico o alloctono?
Fino all’inizio del Novecento autorevoli ampelo-
grafi ed esperti di colture viticole non avevano al-
cuna certezza sulla provenienza di questo vitigno,
ma tuttavia veniva considerato come una varietà
importata probabilmente dai numerosi seguaci di
San Francesco che da ogni parte affluivano nella
terra umbra e che una volta stabilitisi si dedicava-
no anche alla cura della terra e alla coltivazione. È
certo che all’interno della cinta muraria di Monte-
falco, negli antichi monasteri di Santa Chiara e di
San Leonardo, sono sempre state allevate viti di sa-
grantino a testimoniare la vocazione sacrale di un
vino insita nello stesso nome. Sempre a proposito
del nome sagrantino: una semplicistica e immedia-
ta ipotesi lo fa derivare dall’uso che di questo vino,
in origine esclusivamente dolce, si faceva nelle ce-
lebrazioni religiose, da cui l’appellativo di “
vinum
sacrum
” e quindi “
sagrantino
”. La prima citazione
esplicita del termine sagrantino è del 1549 ed è in-
serita in un’ordinazione di mosto da parte di un
mercante di Trevi; compare poi in un contratto
di mezzadria del 1575 nel quale si fa riferimento a
“
quattro pergole di sagrantino
” nei terreni ceduti.
La vera affermazione e notorietà del Montefalco Sa-
grantino, rispondente ad una vera e propria meta-
morfosi, risale agli anni Settanta; nel 1971 la rivista
della Camera di Commercio di Perugia poneva degli
interrogativi sul futuro del Sagrantino. Per tradizio-
ne il vitigno era stato utilizzato fino ad allora per ar-
ricchire i vini rossi di stile e spesso di provenienza
toscana, in quanto conferiva agli stessi colore, alcoli-
cità, aromi caratteristici, nonché per produrre un in-
confondibile vino dolce da uve sottoposte ad appassi-
mento su graticci di legno. Indubbiamente si trattava
SAGRANTINO
DAL SAIO FRANCESCANO ALLE LUCI DI HOLLYWOOD
Uva Sagrantino
Paolo Tamagnini
AIS Umbria
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