Per accogliere l’improvvisa ondata umana in breve
tempo nacquero le prime locande, i saloon, le ban-
che, i bordelli, le officine e ogni altra attività atta a
soddisfare le nuove esigenze; con essi, come natu-
rale conseguenza, sorsero le prime città della Cali-
fornia che ben presto divenne la regione più popo-
losa del continente.
Con l’avvento della ferrovia dalla costa Est, dopo
la prima traversata oceanica della nave a vapore,
le distanze e i tempi fra Europa e
The Golden State
si accorciarono ulteriormente e con lo scambio in-
terculturale tra etnie differenti cominciò a prospe-
rare nuovamente la coltivazione della vite dopo i
primi approcci pionieristici dei missionari, che già
producevano vino per le celebrazioni eucaristiche
dal vitigno Criolla importato da Cortés nel 1521 e
sicuramente proliferato tanto involontariamente
quanto fortuitamente nei terreni sabbiosi.
Se lo sviluppo tecnologico da una parte avanzò ir-
refrenabilmente verso nuovi scenari rivoluzionari,
dall’altra distrusse irrimediabilmente. Allorché le
viti indigene misero piede in Europa già nel Sei-
cento, introdotte dai botanici ispanici, la malfa-
mata fillossera non ebbe chance di sopravvivenza
a causa del lungo viaggio in mare e di conseguenza
non attaccò le piantagioni del Vecchio Continente.
Al contrario, con la vaporiera, il fulmineo flagello
sbarcò in meno di due settimane vivo e vegeto per
appestare nel profondo una cultura affermata da
millenni, un costume, il folclore e la tradizione, un
modo sano e felice di vivere le stagioni, ma soprat-
tutto tolse il pane per la sopravvivenza quotidia-
na a migliaia e migliaia di agricoltori europei. Quel
che divenne disastro per alcuni fece la fortuna di
altri. Valenti enologi e autorevoli tecnici, perdendo
d’improvviso il lavoro in casa propria, si videro co-
stretti a proporre il loro sapere e l’esperienza matu-
rata ai nuovi proprietari terrieri nell’altra parte del
mondo, già pronti ad investire cospicue fortune.
Così le moderne tecniche europee e le nuove talee
di Cabernet o Chardonnay, dell’antico Syrah o del
nostrano sangiovese sbarcarono nel Nuovo Mondo
per dare alla luce colture di maggior qualità.
Anche il latifondista ungherese Agoston Haraszthy,
trasferitosi nel Wisconsin, dopo aver visitato la So-
noma Valley e riconosciuto le giuste potenzialità
per attivare coltivazioni redditizie, fondò nel 1857
la Buena Vista Winery. Quattro anni più tardi, du-
rante un viaggio in Europa, raccolse in diverse zo-
ne vocate trecento tipi di vitigni differenti e tornò
con le giovani barbatelle, ma senza purtroppo fare
i conti con l’allora sconosciuta peste dell’apparato
radicale che subdolamente distrusse in poco tem-
po un impero di centinaia di acri.
Durante il periodo della Secessione tutti i vigneti
Californiani impiantati con le varietà di provenien-
za europea furono messi in ginocchio dalla voraci-
tà del piccolo afide. Solamente chi non abbandonò
la coltivazione delle varietà autoctone selvagge co-
me Berlandieri, Labrusca, Riparia o Rupestris eb-
be la possibilità di proseguire la produzione vitico-
la, anche se di scarso valore, fino ai primi anni del
XIX secolo quando fece capolino un ibrido bianco,
originatosi spontaneamente da un incrocio di Vi-
tis Labrusca e Vitis Vinifera, che alimentò una ul-
teriore speranza. Il modesto vino “volpino”, dagli
aromi selvatici delle uve battezzate Alexander, ri-
sultò ancora poco gradevole e con le radici del vi-
tigno piuttosto deboli, ma tanto bastò per donare
nuovo entusiasmo all’intrapresa locale. Come se la
storia della vite non fosse abbastanza travagliata,
nel Nuovo Continente venne inferto un altro duris-
simo colpo che soffocò la viticoltura appena rinata.
La Buena Vista Winery
nei primi anni del
1870, fotografata da
Eadweard Muybridge.
La facciata della
Buena Vista Winery
Agoston Haraszthy
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