Sommeliers 44-2018 - page 20

cercar dalla vita? Così parlava nell›alba la rosa: e
tu che hai da dire usignolo? Va› a ristar nel roseto:
alle labbra coppiere ed a un giovane volto carpir
baci, e libare tra fiori che danno profumo soave. E al
roseto fa› incedere il bosso, che apprenda il cipresso
da quella tua snella statura maniere di grazia. A chi
darà poi la fortuna, codesto bocciolo ridente? Per chi,
per chi cresci, tu fragile ramo di rosa?...»
.
Al termine della tradizionale vigilia consumata
assieme ai congiunti, il costume rituale prevede
lo scambio di doni fra i cari e sul gremito altare
del focolare domestico, approntato per i prossimi
tredici giorni in occasione delle visite cerimonia-
li, permangono i torroni trapunti di colorate
bacche e canditi, il croccante
Zulbia
e il
lezioso
Bamieh
, fritti e inzuppati in
una copiosa dose di sciroppo. Ad
accompagnare l’abituale tè dell’an-
fitrione iranico i
qottâb
tipici di
Yazd
, fritti in olio bollente, celano un
delizioso ripieno alle mandorle macinate
all’aroma di cardamomo e cannella.
La tavola alla bisogna si arricchisce del goloso budi-
no –
samanu
– raffigurante l’abbondanza per la pre-
senza del grano germogliato, ammorbidito dall’ac-
qua e frullato, cotto insieme alla farina integrale,
con acqua di rose, pistacchi, mandorle e nocciole,
similmente allo
sholeh zard
, budino di riso ingenti-
lito dal burro fuso e noci, reso aromatico con acqua
di rose, zafferano e cardamomo.
Yakh dar behesht
,
il ghiaccio paradisiaco
, una sor-
ta di biancomangiare a base di latte, farina di riso,
zucchero, acqua di rose, cotto a bagnomaria e arric-
chito di semi di cardamomo; la delizia, infine, viene
guarnita con scaglie di pistacchio e petali di rosa
damascena rigorosamente da coltivazione biologi-
ca oppure, per un tocco ancor più accattivante sia
per l’iride che per il palato, con succosi arilli rossi
del melograno in contrasto con le scaglie verdi del
pistacchio, rubando la scena ad ogni dolciume pre-
sente sul desco a fine pasto.
Il tredici del
Farvardin
del primo mese dell’anno
persiano, corrispondente al primo d’aprile del ca-
lendario gregoriano, i festeggiamenti per la salva-
guardia dell’identità culturale persiana giungono al
termine con il
Sizdah Be-dar
– liberazione dal tre-
dicesimo – traducendosi a fine giornata, trascorsa
in campagna o comunque nel verde all’aria aperta,
con il gettare dei germogli di grano nell’acqua che
scorre e con il liberare il pesce rosso in un lago o in
un fiume; quest’ultimo gesto, ispirato da una tradi-
zione cinese.
Nella terra dei giardini favolosi, rappresentanti nel-
le culture mediorientali la metafora del paradiso
divino, la rosa si coltiva da oltre quattromila anni,
il cui romantico effluvio è il più pregiato assieme
a quello del muschio. I vellutati petali rosei colti
all’alba e imperlati di rugiada infondono dai tempi
dell’Impero sasanide, prima dell’ascesa dell’Islam, il
loro soave aroma nell’acqua di rose,
golāb
o
giuleb-
be.
Per scopi medico-terapeutici, anche gli antichi
popoli mediterranei elevarono i roseti pubblici alla
stregua dei terreni coltivati a frutteto e dei campi di
grano. Elogiati da
Leonardo
a
Umberto Eco
,
Molie-
re
definì il
giulebbe
nella sua commedia più famosa
«
...
epato-protettivo, sedativo e ansiolitico, per preve-
nire l’insonnia del Signore…»
.
Durante le cerimonie religiose islamiche l’acqua di
rose viene combinata con l’acqua proveniente dal
sacro
pozzo di Zamzam
, sgorgante nella
Grande
Moschea della Mecca
, miracolosamente generata da
Dio per placare la sete del piccolo
Ismaele
abban-
donato assieme alla madre da
Abramo
nell’immen-
sità del deserto. Quando nell’VIII secolo gli Arabi
perfezionarono l’arte dell’alchimia nell’alambicco di
rame, tramite tale magico marchingegno il vetto-
Yakh dar behesht
Sholeh Zard
Samanu
Zulbia e bamieh
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