Sommeliers Marche Magazine 51 - page 15

È sicuramente il più celebrato dei vini marchigiani
nel mondo e infatti di strada ne ha fatta tanta da
quando partì la famosa anfora che io trovai addirit‑
tura una ventina di anni fa nel triangolo d’oro del
Mekong, in prossimità di Vientiane (Laos). Per un
certoperiododi tempo venne anche utilizzata da una
nostra nota azienda una bottiglia a forma di pesce
che sembra aver riscosso molto successo in oriente.
Un po’ bistrattato agli inizi della sua vita moderna è
riuscito nel tempo a ripulirsi di alcuni selvaggi difet‑
ti che lo rendevano quasi un “vinone ruspante” per
divenire poi quel grande vino che ormai da tempo
conosciamo. Il noto teologo Cimarelli da Corinaldo,
vissuto nel XVI secolo, racconta nei suoi scritti che
il goto Alarico nel 410 d.C., attraversando le Marche
e probabilmente la Vallesina per il sacco di Roma,
“
seco recasse 40 otri di vino Verdicchio
”.
Sarà vero che fosse proprio Verdicchio, o pura fan‑
tasia del teologo? Beh... sicuramente il Cimarelli
non si è potuto inventare il nome, in quanto questo
sembra essere giunto in zona proprio nel XVI secolo
da alcuni coloni immigrati lombardo-veneti scap‑
pati da una epidemia di peste; non a caso infatti il
vitigno verdicchio, il trebbiano di Soave e di Lugana
sono cugini, ma da qui ad arrivare al Re dei Goti...
C’è poi un altro personaggio fabrianese, il letterato
Mambrino Roseo, che in un suo scritto del 1520
testimonia la presenza del nostro vitigno in zona.
Comunque, che il barbaro Alarico avesse caricato
del vino per dar maggior vigoria alle sue orde non
é da escludere, ma vai a sapere di che vino si trat‑
tasse. La storia vuole che a quei tempi sarebbero
esistite in zona uve romane come l’aminea, l’itriola
e la manara, niente di più.
Ai nostri tempi il vino Verdicchio, ripulitosi del
trebbiano e della malvasia che le vedevano copro‑
tagoniste nell’uvaggio e che oggi fanno parte della
DOC Esino bianco dove comunque anch’esso vi
entra al 50%, ha cambiato vita ed è entrato nell’alta
società enologica nazionale. Anche se il disciplinare
prevede la presenza al 15% di altri vitigni a bacca
bianca consentiti, nella versione Castelli di Jesi clas‑
sico viene prodotto in purezza ormai da quasi tutti
i produttori. Le recensioni delle ultime decennali
edizioni di tutte le guide nazionali lo celebrano in‑
fatti come il bianco d’Italia con i maggiori punteggi.
I due versanti opposti dell’Esino, escludendo il ma‑
telicese già trattato in precedente articolo, vedono
ormai da tempo tutti i produttori gareggiare nelle
migliori espressioni. Per intenderci le due collinari
sponde capitanate a nord da Montecarotto e a sud
da Cupramontana, giusto per capir meglio di cosa
si parla, sono però accumunate dalle più recenti
formazioni geopedologiche che vanno dal pleisto‑
cene al pleistocene superiore con l’inizio della fase
interglaciale attuale partita 7.500 anni fa: limo ar‑
gilloso, ghiaia, sabbioni, calcare e ciotoli sono gli
elementi più o meno sparsi che costituiscono i ter‑
ritori. Interessantissimi i differenziati microclimi
che avvolgono le colline e dove spesso giunge il re‑
spiro dell’aria marina adriatica. Nei punti più alti
delle colline, per via delle forti escursioni termiche,
i vini rispondono con sentori olfattivi ancora più
marcati e aumenta l’acidità. La potenza di quest’ul‑
tima conferisce poi al Verdicchio tutta la sua gran‑
de struttura e ciò gli permette vita lunghissima.
Le caratteristiche organolettiche ci sono ben note:
bella lucentezza e consistenza alla vista. Olfatto in‑
tenso e intriso di pomacee più o meno mature se‑
guite da sensazioni floreali di anetolo, leggermente
amaricanti e biancospino, con eventuali sentori
speziati di vaniglia e a volte di leggera noce mosca‑
ta a seconda degli elevage anche in barrique.
Al gusto è ampio, generalmente avvolto da buon
calore alcolico, fresco e decisamente sapido, gode
quasi sempre di un bell’ equilibrio e con finale in‑
teso, persistente e di bella finezza.
Gli abbinamenti lo prediligono in tutte le prepa‑
razioni ittiche, quali ad esempio: dagli antipasti
alle paste in salse bianche, ma si allunga anche a
carbonara e gricia e i secondi di ogni genere anco‑
ra marini senza pomodoro e soprattutto su gran‑
di grigliate, fritture e stoccafisso all’anconetana,
chiudendo con salumi freschi e formaggi di buona
stagionatura. Se fosse vero... Alarico l’aveva vista
lunga. Buon Verdicchio a tutti !
DAVVERO ALARICO LO PORTÒ AL SACCO DI ROMA?
RE VERDICCHIO
Gualberto Compagnucci
Alarico, re dei Visigoti
Cupramontana
Montecarotto
15
1...,5,6,7,8,9,10,11,12,13,14 16,17,18,19,20,21,22,23,24,25,...40
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