Sommeliers Marche Magazine 51 - page 22

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Nel periodo precedente all’avvento delle grandi
civiltà della mezzaluna fertile, il neolitico, nel mo‑
mento in cui l’umanità riuscì ad organizzarsi me‑
glio in campo agricolo, l’utilizzo delle granaglie
come farro, miglio e spelta divenne fondamentale
per sfamarsi.
Tutto ciò quindi poteva essere sgranato veniva uti‑
lizzato cuocendolo in acqua in primordiali conte‑
nitori di coccio per preparare delle poltiglie.
Queste sono presumibilmente le antenate delle
polente che da tempo noi italiani amiamo gustare
e che nel passato anche recente era il cibo quasi
quotidiano soprattutto dei contadini.
Scavando ancora nel passato romano Catone parla
delle Puls punica e della Puls fabata: la prima, così
chiamata perché cibo abituale cartaginese, preve‑
deva l’utilizzo di farro tostato che sfarinato veniva
aggiunto a formaggio fresco, a uova e miele, un
po’ come l’attuale Casatello campano; la seconda
prevedeva invece soltanto farro e fave secche sfa‑
rinate e in pari quantità.
I condimenti non esistevano e da queste spesso
veniva poi prodotto il panis (pane). Anche gli an‑
tichi greci avevano le loro polente come l’attuale
Bondei e addirittura queste entravano nelle diete
degli Assiri. Con l’arrivo del mais in Europa nel
XVI secolo, scoperto dagli spagnoli nella valle
messicana del Tehuachán dove Maya e Olmechi
lo coltivavano e dalla cui farina ne ottenevano
una calda bevanda mescolata alla pasta di cacao
denominandola xocoatl, la popolazione italiana
comincerà a produrvi ciò che ancor oggi noi co‑
nosciamo come polenta.
Dalle regioni alpine le polente percorrono tutto lo
stivale, ma le caratteristiche e i condimenti sono
però molto diversi. A nord è molto più granulosa e
solida e... tagliata a fette con un filo e spesso con‑
sumata a mo di pane e inzuppata su degli intingoli.
PER MILLENNI HANNO SFAMATO L’UMANITÀ
POLENTE
Gualberto Compagnucci
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