Sommeliers Marche Magazine 51 - page 24

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Riferendosi ai primi secoli dell’impero, Jérôme Carcopi‑
no afferma che “
non c’era anno romano che non recasse
due giorni di festa per un giorno lavorativo
”; e stante la
sua analisi condotta scrupolosamente su tutte le fonti di‑
sponibili, tale affermazione non risulta affatto esagerata
perché, come diceva Frontone ancora nel II sec.d.C., i pa‑
droni di Roma sapevano bene che il popolo era sensibile
“
annona et spectaculis
”, cioè alle distribuzioni di vetto‑
vaglie e agli spettacoli, di qui l’abnorme rapporto giorni
festivi/giorni lavorativi nel calendario romano.
Peraltro, il sentimento religioso che era all’origine del‑
le feste costituì ben presto un substrato a malapena af‑
fiorante, una sottile superficie di antica solennità che i
romani non trascuravano di osservare, ma che non com‑
prendevano più molto e di cui avevano dimenticato il
senso, conservandone un rituale vuoto del suo significa‑
to religioso-sacrale. D’altronde, pur rifuggendo da facili
semplificazioni, ma con qualche dovuto distinguo, la ra‑
dice dell’uomo greco, con lo sguardo volto al divino che
percepisce concretamente e panicamente nel reale, risul‑
ta alquanto diversa da quella dell’uomo romano, prag‑
matico e sanguignamente concreto nelle varie situazioni
della vita. Quindi si può ragionevolmente affermare che
a tanta abbondanza di giorni festivi nel calendario roma‑
no non corrispondesse altrettanto profonda devozione,
se non nell’ottica del “
do ut des
”.
A tale logica non si sottraevano neppure i Vinalia , festi‑
vità particolari in cui si invocava la protezione divina sui
vigneti; già, perché se per un capitalista romano la “
silva
”
rappresentava un investimento sicuro e di buon
rendimento, una risorsa su cui contare per il fu‑
turo destinata a crescere di valore, la “
vinea
”
era invece il peggior investimento fondiario,
sia per l’incertezza a cui sottostà ancora
oggi il prodotto specificamente industriale
della vigna, aleatorio come la buona
e la cattiva stagione, sia per la di‑
pendenza del suo rendimento
dall’offerta e dalla richiesta
del mercato; senza considera‑
re che, per dirla con Catone,
una vigna va continuamente
curata, pena la sua perdita in
breve volgere di tempo.
I Vinalia avevano due edizioni, la prima, Vinalia urbana
(o “
priora
”), si svolgeva il 23 aprile, per onorare, con l’of‑
ferta di libagioni a Giove, il raccolto d’uva dell’anno pre‑
cedente e, soprattutto, assaggiare il vino nuovo; la secon‑
da, i Vinalia rustica (o “
altera
”), era celebrata il 19 agosto
per propiziare un’abbondante vendemmia mediante il sa‑
crificio di un “
agnus
” da parte del “
flamen dialis
”,il sacer‑
dote preposto al culto di Giove, che aveva anche il com‑
pito di tagliare simbolicamente il primo tralcio di vite.
Varrone testimonia che alla dedica al dio capitolino ven‑
ne presto associata Venere; verrebbe da chiedersi cosa
c’entri la dea della bellezza e dell’amore in un contesto
in cui ci si aspetterebbero, semmai, Bacco e il suo corteg‑
gio. Orbene, secondo una nota ed affascinante etimolo‑
gia, pur non accettata da tutti, il termine latino “
vinum
”,
attraverso il protogreco “
ϝoinos
”, sarebbe riconducibile
alla radice indoeuropea “ven”, che significa “amare”; a
questo stesso etimo risalirebbe il nome di una antichis‑
sima divinità italica della natura e della gemmazione,
poi assimilata in epoca storica a Venere, che fra le sue
prerogative aveva anche quella di “presenziare” l’arri‑
vo della primavera e di infondere a tutto il creato la sua
“
vis
” generatrice (su tutti si legga il meraviglioso incipit
del
De rerum natura
di Lucrezio ). Dando ascolto, poi,
all’Ovidio dei Fasti, l’istituzione dei Vinalia risalirebbe
addirittura ad Enea, la cui “
divina mater
” era Venere.
Coincidenze casualmente rivelatrici?
Tralasciandomiti e leggende, che pure hanno un qualche
fondo di verità, è assodato che nella Roma antica sesso,
vino e cibo erano così profondamente connessi da ren‑
dere spesso difficile la distinzione tra una taberna e un
lupanare; che la “
meretrix
” teneva in mano una coppa di
vino, quando accoglieva un cliente; che nei templi, pri‑
ma della celebrazione di alcuni riti in onore di Venere, si
aspergeva del vino. E non è casuale che i Baccanalia , rito
“di-vino” per eccellenza, a Roma venne sempre osteggia‑
to o mal tollerato dalle classi dirigenti perché pericoloso
per l’ordine e la sicurezza sociale, nonché scarsamente
approcciato dalla popolazione nel suo più profondo si‑
gnificato di mistica unione col divino.
DI VINALIA ED ALTRO
PICCOLE DIVAGAZIONI SUL VINO NELLA ROMA ANTICA
Patrizia Zega
Sommelier
La tomba dei leopardi,
Tarquinia
Ovidio
Catone
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