Riccardo Binda, direttore
del Consorzio per la Tutela
dei Vini DOC Bolgheri
e DOC Bolgheri Sassicaia
al fratello Piero con la Tenuta Guado al Tasso. In-
fine, nativo di Bolgheri, ricordiamo Eugenio Cam-
polmi con Le Macchiole. Fondatori costoro di un
modello al quale tanti imprenditori, in tempi più
recenti, hanno creduto investendo nelle sue po-
tenzialità, come Angelo Gaja con Ca’ Marcanda,
Paolo Ziliani della Guido Berlucchi con Caccia al
Piano, fino all’austriaco Stanislaus Turnauer con la
sua Tenuta Argentiera.
Al Vinitaly 2023 abbiamo incontrato
Riccardo
Binda, direttore del Consorzio per la Tutela dei
Vini DOC Bolgheri e DOC Bolgheri Sassicaia
. Il
Consorzio fondato nel 1995 oggi gode di una rap-
presentatività pari al 99%. I 6 soci di allora sono
diventati 67 e gli ettari adibiti a DOC da 100 sono
passati a 1370.
Qual è lo stato di salute della denominazione?
«La denominazione gode di ottima forma, spesso
le aziende finiscono il vino a metà anno. La do-
manda dei vini di Bolgheri negli anni è in costante
crescita. La produzione si attesta sui 7.5 milioni di
bottiglie. Di questi 7.5 milioni la parte del leone in
termini qualitativi la fa il Bolgheri Rosso che rap-
presenta, a seconda delle vendemmie, il 65-70%
della produzione globale. C’è un 18-20% di Bol-
gheri Superiore e Sassicaia, il restante è costituito
dal Bianco e Rosato, che sono le due tipologie più
storiche del territorio».
Quali sono i mercati di riferimento?
«Per quello che riguarda le quote di mercato siamo
indicativamente sui 55-60% di export, per il resto
Italia. Tra i mercati esteri principali, il primo, per
ovvie ragioni numeriche, è rappresentato dagli
Stati Uniti. A seguire la Svizzera. Altri mercati che
vale la pena citare, coprendo una quota sopra l’1%,
sono Germania, Canada e Giappone».
Perché Bolgheri attrae tanto?
«Bolgheri attrae tanto per diversi motivi. Non
direi per l’unicità e la tipicità perché questi sono
elementi che tutti i grandi territori hanno. Di-
rei, piuttosto, che le tipicità di Bolgheri hanno
più successo di altre per la lingua che Bolgheri
parla. Se vogliamo guardare il mondo del vino
a livello linguistico potremmo dire che l’ingle-
se, lingua che ormai tutti capiscono, è la lingua
del Cabernet e del Merlot. Queste uve non van-
no spiegate, mentre altre uve, quelle autoctone,
che sono una ricchezza, richiedono uno sforzo
diverso per essere comunicate e veicolate».
A proposito di autoctoni, da Donne Fittipaldi
abbiamo assaggiato un Orpicchio in purezza.
Bolgheri è anche sperimentazione?
«Bolgheri è una terra di sperimentazione da sem-
pre. Quando nella seconda metà del 1800 arrivò la
fillossera, grazie alla fertilità dei nostri terreni, si è
potuto espiantare l’uva e tornare alla frutta e agli
ortaggi. Poi si tornò di nuovo alla viticultura, spe-
rimentando con il Cabernet e il Merlot. Il discipli-
nare è molto flessibile e consente ai produttori di
fare quello che hanno fatto Donne Fittipaldi, che
hanno scelto di impiantare in una terra di grandi
rossi un vitigno a bacca bianca, sì autoctono ma
della Valdarno, con ottimi risultati».
Nel 2013 assistiamo allo scorporo della sotto-
zona Bolgheri Sassicaia e alla creazione di una
omonima DOC indipendente. Straordinario il
consenso degli altri produttori…
«Sì, un’altra fortuna di Bolgheri è proprio la com-
pattezza e unione di intenti. Bolgheri non sarebbe
mai esistita senza Sassicaia, e questo tutti i pro-
duttori lo hanno a mente. Non so in quanti altri
territori in Italia e nel mondo ci siano produttori
disposti a votare qualcosa ad hoc per uno solo, ma
credo che sia stato un gesto di grande lungimiran-
za; a Bolgheri si sa bene che il successo non è del
singolo ma del territorio».
È del marzo scorso, dopo 6 anni di attesa, il defi-
nitivo riconoscimento delle ragioni del Consor-
zio Bolgheri nel caso contro il marchio bulgaro
Bolgaré. Cosa rappresenta questa vittoria?
«La sentenza del tribunale dell’Unione Europea ri-
sulta avere un’importanza che va ben oltre gli inte-
ressi del territorio bolgherese. Sarà un precedente
fondamentale per la protezione delle denomina-
zioni d’origine italiane ed europee contro tentativi
di agganciamento, al di là di ogni scusa linguistica.
La tutela è la cosa più importante, perché una bat-
taglia persa nella tutela è persa per sempre e non
c’è modo poi di recuperare, basti pensare al caso
del parmigiano».
Posto che l’età media del vigneto bolgherese è di
circa 16 anni, dobbiamo aspettarci un’ulteriore
crescita di qualità nel futuro?
«Sicuramente sì. Se i vini di Bolgheri hanno succes-
so e piacciono adesso, non possiamo che aspettarci
che questi sentimenti positivi vadano a crescere ne-
gli anni futuri proprio perché buona parte del vi-
gneto sta entrando nella piena maturità produttiva
proprio ora. Quando l’età media si aggirerà sui 20-
22 anni anche l’espressività del vino sarà maggiore».
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