Sommeliers Marche Magazine 60 - page 24

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Quando il cielo cade sulla montagna e l’uomo si
fonde con la natura prorompente incontra la Valle
d’Aosta di forma italiana e d’animo francese.
L’uomo qui ha da sempre sopravvissuto impiegan-
do potenza e forza di volontà, sfidando il tempo e
lo spazio con pazienza e coraggio per sviluppare
pratiche agricole fuori mano, non certo un rega-
lo della natura. Se si vuole comprendere al meglio
questa regione bisogna fare un salto indietro nella
storia e scavare per trovare le sue radici che tocca-
no l’Età del Bronzo con ritrovamenti nell’area di
Saint-Martin-De-Corleans ad Aosta. Si passa poi
alla presenza romana del I secolo per incontrare la
testimonianza del 1032 d.C. con un atto di vendita
di terra vinicola.
Dal punto di vista strutturale la viticoltura aostana
invece ringrazia il periodo medievale dove lo sfor-
zo dell’uomo di ricavare uno spazio nella natura
trova realizzazione nei numerosi terrazzamenti.
Tutto questo grazie a ordini religiosi e comunità
monastiche del BassoMedioevo. La regione duran-
te questo periodo così lungo è spesso abbandonata,
le viti erano abbandonate a loro stesse e soltanto
una grande biodiversità riuscì a salvarla originan-
do dei biotipi e varietà tramite riproduzione da
seme. In questo modo poterono aver avuto origine
gli Orious, una famiglia di vitigni autoctoni com-
prendenti il Petit Rouge e il Vin De Nus. Menzione
speciale va fatta per il periodo napoleonico dove si
raggiunge la massima estenzione vitata per poi sce-
mare fino al ‘900. Queste informazioni ci vengono
anche grazie ad un medico canavesano Lorenzo
Francesco Gatta. Appassionato ricercatore in cam-
po agrario, il Gatta venne affascinato a tal punto
dalla viticoltura valdostana, che decise di scrivere
nel 1836 quello che a noi oggi è noto come
“Saggio
sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta”
, un volume
dall’importanza immensa nel quadro ampelogra-
fico mondiale e vera e propria pietra miliare della
viticoltura valdostana.
La Valle d’Aosta di quegli anni contava una su-
perficie vitata di circa 4 mila ettari, esattamente
3600 in più di quelli attuali. La sua coltivazione si
estendeva a più di 40 comuni del fondo Valle e, per
20 di essi, costituiva la principale fonte di reddito.
Ma ciò che più colpiva era la biodiversità presente
in questa regione, che dava origine ad una grande
quantità di vitigni, e conseguenti vini.
I fattori che contribuirono al definitivo tracollo
della viticoltura valdostana furono molteplici, tra
cui annoveriamo, su tutti, la comparsa delle tre
malattie che misero in ginocchio i viticoltori di
tutto il mondo: la fillossera, l’oidio e la peronospo-
ra che flagellarono l’Europa verso la fine dell’Ot-
tocento e che portarono i
vignerons
valdostani a
preferire varietà alloctone e più produttive, con-
tribuendo all’abbandono delle varietà autoctone.
Il tutto si unì alla grande chiamata alle armi delle
due Guerre Mondiali, che impoverì le campagne
valdostane di manodopera e vigore.
Luca Luciani
Sommelier
Il Castello Reale di Sarre
con le sue vigne
Valle d’Aosta
UNA TERRA DI BIODIVERSITÀ E SUDORE
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