Reykjavik
Plokkfiskur
la birra
Ale
a fermentazione spontanea,
öl
in nor-
reno remoto, cotta in un gigantesco calderone assi-
stito dalle figlie. Con le navi commerciali
knorr
, più
larghe e dotate di stiva rispetto ai “cavalli di
Ægir
”,
i
dreki
di gran fama usati in battaglia, si fecero gli
approvvigionamenti per lo più tramite l’imponen-
te centro commerciale vichingo a
Hedeby,
nella pe-
nisola dello Jutland. Ivi, si scambiarono miele e am-
bra, avorio di tricheco e osso di balena, lana e pellic-
ce, pelli e piume con spezie e vino, vetro e ceramica,
seta e argento, metalli più o meno preziosi e le famo-
se spade
Ulfberht
che non ebbero rivali nell’utilizzo
in scenari di guerra per la loro lunghezza e flessibi-
lità, resistenza e leggerezza, capaci di perforare per-
sino le armature più innovative lavorate in filo di
ferro ad anelli dette “cotte di maglia”, distintive
del genio celtico. Nei tempi gloriosi gli uomini
del nord credevano che, assieme ai re germa-
nici, gli eroi e i guerrieri valorosi trucidati in
battaglia avessero il privilegio di essere scelti
dal padre degli dei
Odino
e di essere accom-
pagnati da valchirie su cavalli alati nella “Sala
degli uccisi”,
Valhalla
, giovandosi dell’offerta di
una coppa contenente idromele,
mjöður;
la bevan-
da dall’inestimabile potere divino, quella dei re, de-
gli dei e delle creature sovrumane, detta anche “san-
gue di
Kvasir
” – dal nome del dio saggio creato dalla
saliva di due stirpi divine norrene, che la espulsero
nella stessa coppa in segno di riconciliazione per ga-
rantire la pace personificandone poi il liturgico con-
tenuto. Per avidità uccisero
Kvasir,
«
lasciarono che
il suo sangue scorresse in due vasi e un calderone...
mescolarono il miele con il sangue, e divenne idro-
mele che rende poeta o sapiente chi lo beve
». L’ispi-
razione letteraria nacque dalle avite tecniche per fa-
vorire la fermentazione sputando muco nella mi-
stura, ma anche per sancire la tregua dopo lo scam-
bio di ostaggi o persino suggellare in modo solenne
l’unione tra due tribù arcaiche bevendo poi tutti
dalla stessa coppa innalzata nell’immensa “sa-
la dell’idromele”,
mjødhall
, ove potenti signo-
ri e condottieri dibattevano questioni d’ono-
re e banchettavano lautamente con la decan-
tata bevanda delle cerimonie prima e dopo gli
accadimenti significativi. Più elevato è il conte-
nuto di miele rispetto all’acqua, con il quale en-
trando in contatto le popolazioni di lieviti indige-
ni si attivano, più difficoltosa sarà la fermentazio-
ne dell’idromele a beneficio del gusto e del colore.
L’idromele fatto fermentare con il malto assume il
nome
braggot
, con succo d’uva
pyment
, con la frut-
ta
melomel
, ma se viene arricchito di ciliegie mature
o con il succo di esse, per antonomasia lo si battez-
za “sangue vichingo” o “sangue di
Odino
”. Qualora
nel corno potorio fosse versato l’idromele definito
metheglin,
anche detto “sangue di drago”, è stata di
certo infusa una mescolanza di erbe o spezie tra le
quali spiccano olmaria, lavanda o camomilla oppu-
re cannella, noce moscata e chiodi di garofano. Toc-
casana per disturbi allo stomaco o all’intestino, ma-
lanni respiratori, ma anche in casi di avvelenamento
dal potere emetico e lassativo, oltre che naturale an-
tibatterico. Per di più, fu tradizione radicata in mol-
te parti d’Europa donare dell’idromele dolcemente
alcolico in occasione del matrimonio, sufficiente a
soddisfare il tempo di un intero ciclo lunare, ovvero
la “luna di miele”, alimentando il fuoco tra gli sposi
per generare nuova vita. «
Abbiamo bevuto in memo-
ria degli dei, di Odino padre di tutti, di Thor, di Freyr
e Njord per la benedizione dell’anno…»
Consumare il
Þorramatur
, una ricca composizione
di cibarie islandesi ancestrali nella festa inverna-
le del sacrificio,
Þorrablót
, significa rendere omag-
gio agli antenati pagani dell’età precristiana santi-
ficando il dio
Thor
associato alla forza, protezione
dell’umanità e fertilità. Le pietanze furono un tem-
po servite in grandi vasche di legno che imitavano
le primitive mangiatoie, contenenti la quantità ba-
stante per sfamare quattro persone. Anche se og-
gi il servizio è ingentilito rispetto ad allora, ogni
Þorramatur
degno di nota, all’altezza della sfida
per stomaci forti, comprende pietanze come
kæs-
tur hákarl,
il longevo squalo della Groenlandia la-
sciato fermentare a pezzi in una grossa fossa sca-
vata sulla spiaggia ghiaiosa per circa 10 settimane,
poi essiccato appeso a strisce di tronco in un luo-
go ventilato per 5 mesi prima di poter essere pro-
posto a cubetti dal pungente odore di ammoniaca.
Immancabili i testicoli di montone,
súrsaðir hrúts-
pungar
, bolliti e lasciati a macerare per mesi nel sie-
ro del latte, poi pressati in un unico blocco che al
momento del banchetto viene affettato accanto al-
la testa di pecora,
svið
, tagliata a metà, fiammeg-
giata prima e lessata poi con del sale grosso, posta
sul piatto priva di cervello ma inclusiva degli occhi
assieme alla purea di rape o di patate.
Parte integrante del menù è anche la coppa di testa
di maiale o di pecora in gelatina,
sviðasulta
, dal-
la consistenza soda ed elastica dovuta al collagene
estratto tramite la cottura con cipolla e spezie della
pelle, parti carnose, tendini e cartilagini.
Consueti, come in tutte le cucine delle isole bri-
Il vulcano Fagradalsfjall
11