È effettivamente lunga la strada percorsa dal Ver-
dicchio (dei Castelli di Jesi e di Matelica) in questi
ultimi cinquanta anni. Più lunga di altri vini bian-
chi sia perché alcuni sono nati molti anni dopo sia
perché tanti vitigni non hanno avuto e non hanno
le potenzialità qualitative del vitigno Verdicchio.
Una strada, quella del nostro vino, che quasi si chiu-
de a cerchio ritornando con i grandi Verdicchio di
oggi, potenti ed eleganti, capaci anche di lunghema-
turazioni, al Verdicchio di campagna di un tempo,
senza dubbio molto meno fine, ma ricco di struttu-
ra e di gusto e, anche lui, quanto mai longevo.
Un ritorno al passato che non deve sembrare ridut-
tivo perché è un ritorno evoluto a dismisura di qua-
lità organolettiche di estrema ricercatezza e perché
il percorso si è arricchito di tipologie (spu-
manti, passiti ad esempio) che hanno dimo-
strato la duttilità della vite Verdicchio.
In molti ricordiamo quasi con una sorta di
nostalgia le tante anfore presenti sul merca-
to negli anni sessanta, nostalgia dovuta un
po’ perché è il ricordo della nostra giovinez-
za, un po’ perché è il ricordo della scoper-
ta (onore al merito) di un contenitore che ci
sembrava, ed era effettivamente in quel mo-
mento, il mezzo migliore per farci conosce-
re in Italia e soprattutto all’estero.
Il vino era l’espressione della viticoltu-
ra e della enologia di quei tempi. Nel-
la vigna si piantava, per legge, con
sesti di impianti larghissimi, quin-
di con poche viti ad ettaro e con
filari larghi per far passare i trat-
tori di un tempo, larghi anch’essi,
e con sistemi di potatura sovente
errati (pensiamo ad esempio al-
la scarsa attenzione alla parete fo-
gliare della vite). L’enologia era ri-
servata molto al vino finito che
non privilegiava certo la potenza e
la longevità del vino stesso. Ma il
successo dell’anfora ci accontenta-
va lo stesso un po’ tutti.
Quali sono le tappe fondamentali
che hanno portato al cambiamen-
to del nostro Verdicchio?
Sono diverse sia in campo che
in cantina. In quest’ultima sono
comparse le presse soffici (prima
meccaniche poi pneumatiche) che
lavoravano l’uva con maggiore de-
licatezza e, in seguito, le tecniche
enologiche rivolte alla fase di pro-
duzione più importante del vino:
la nascita. Queste tecniche erano
essenzialmente quelle della pulizia del mosto e dal-
la fermentazione a temperatura controllata.
In vigna ci si rese conto che bisognava ricorrere a
drastiche riduzioni del carico di uva per pianta, fi-
no al dimezzamento della quantità prevista dal Di-
sciplinare di Produzione e anche oltre.
Regolando la quantità d’uva sulla vite si rese palese
come il nostro vitigno Verdicchio poteva darci vini
di pronta beva eleganti e briosi ma anche vini ric-
chi di opulenza e di struttura da bersi a distanza di
qualche anno dalla vendemmia.
I vigneti iniziarono a coprirsi d’erba con una vi-
sione e una gestione agronomica ragionata e final-
mente cominciarono ad infittirsi e ad essere gestiti
con cognizione di causa e rispetto della pianta fi-
no a raggiungere rese medie o basse naturalmente e
tutt’al più con qualche leggere diradamento.
In cantina aveva fatto la sua comparsa la barrique
capace, se ben gestita, di dare complessità diverse
al Verdicchio che, anche o solo in acciaio o vasca in
cemento, si può presentare con un quadro organo-
lettico estremamente ricco di variegate suadenze.
Il Disciplinare di Produzione, col passare degli an-
ni, cambiava adattandosi al migliorato modo di
produrre con la creazione di Verdicchio Superiore,
Riserva, che diventerà più tardi DOCG e Passito. A
riprova, questo, della capacità, propria di noi mar-
chigiani, di fare le cose con i piedi ben piantati a ter-
ra e senza seguire sconsideratamente le mode. Ab-
biamo praticamente trasformato in legge quello che
già avveniva in cantina.
Si erano effettuate sperimentazioni sui sesti di im-
pianto, sui portainnesti e su selezioni clonali volte a
dare uve di migliore qualità. Soprattutto si è lavo-
rato tanto, nelle nostre vigne e nelle nostre cantine,
sempre più consci del valore del vitigno Verdicchio,
sperando che rinnovi ed aumenti i fasti di un tem-
po, spesso offuscati da vini dai nomi più alla “page”
ma di qualità meno importanti.
La lunga strada
del
V
ERDICCHIO
Pubbliredazionale
di Carlo Garofoli
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