Sommeliers Magazine Marche n. 30 - page 25

L’antico vitigno, in un perenne moto errabondo a
braccetto con l’uomo, percorrendo le vicissitudi-
ni del Vecchio Continente, arrivò a conquistare e
colonizzare anche l’ultimo lembo di terra vivibile
ai confini del mondo sull’Isola scoperta poco più
di quattrocento anni fa dal navigatore olandese
Willem Janszoon, l’odierna Australia. Traghettò
in seguito nella verdeggiante Nuova Zelanda e nel-
la Tasmania, ancor oggi nota più per il suo mam-
mifero marsupiale, in via di estinzione, chiamato
simpaticamente con il nomignolo “Piccolo Diavo-
lo” e per gli edifici carcerari del Regno Unito che
per la presenza della vite, peraltro prosperosa in
un ambiente favorevole per la produzione di acidi
capaci di fissare a lungo la struttura del vino spre-
muto dal nobile riesling, ma anche da altri vitigni
internazionali, soprattutto bianchi. Fra i rossi, il
Pinot Noir, oltre l’onnipresente Cab che non può
certamente mancare nella regione viticola tra le
più rigide del globo.
Con la scoperta dei giacimenti auriferi e con la pu-
lizia etnica degli aborigeni che popolarono le terre
rosse dell’enorme Paese fra il Pacifico e l’Oceano
Indiano, i governatori inglesi, unitamente a piante
e sementi, fecero “impiantare” popolazioni “pure”,
esclusivamente bianche per ripopolare di nuovi
individui le coste della sconfinata colonia penale
pullulanti dei galeotti presenti sin dal 1788, sbarca-
ti dalle unità navali a vela della First Fleet diciotto
anni dopo l’arrivo dell’esploratore James Cook nel
Nuovissimo Continente. I deportati furono anche
i primissimi sventurati pionieri della coltivazione
di Vitis vinifera nel Paese dove occorreva costrui-
re tutto, ma proprio tutto, da zero. Il capitano della
flotta, Arthur Phillip, imbarcò una scorta di talee
nel viaggio di andata, durante la sosta a Cape Town,
con lo scopo di produrre in loco vino per i detenuti,
intendendo sostituire il consumo massivo dei supe-
ralcolici con una bevanda ritenuta più innocua.
Nei dintorni di Sydney nacque il primo vigneto –
The Farm Cove – ma l’eccesiva umidità portata dai
venti oceanici del Pacifico non permise una resa
soddisfacente. Per ottimizzare la produzione si do-
vette attendere quasi mezzo secolo l’arrivo dell’emi-
grante scozzese James Busby, esperto vitivinicolto-
re che apprese l’arte del vignaiolo e dell’enologo nei
vari distretti vocati della Vecchia Europa.
Altri coraggiosi avventurieri partirono alla volta
del Nuovissimo Mondo collocato nel lontano sud-
est dell’emisfero australe, a ventimila chilometri
di distanza; inglesi, tedeschi, italiani, ungheresi,
jugoslavi e altre etnie portarono la loro cultura e
con essa i prediletti organismi vegetali del proprio
frutteto, per non privarsi almeno dei sapori e pro-
fumi noti quando la nostalgia di casa lacerava l’a-
nima e cuore, assicurando al contempo una ricca
ampelografia di importazione nella Terra Australis
di recente scoperta.
Nel giardino botanico di Adelaide, nel South Au-
stralia, ove furono piantumati tutti gli esemplari
importati, prosperano ancora i “discendenti” dei
ceppi impiantati da Thomas Hardy, ma anche
quelli bordolesi introdotti in quantità ragguarde-
voli dallo svizzero Paul Frederic de Castella e messi
a dimora a Yering, nei pressi dello Yarra River. La
ridente vallata di Yarra, che in alcuni tratti ricorda
l’amenità delle colline marchigiane, è il più antico
distretto dello Stato di Vittoria, con ottime condi-
zioni per la viticoltura, dove il suolo e microclima
a ridosso del Pacifico donano esiti eccellenti ai
manufatti enoici. Neppure la lontana Australia fu
immune dal flagello della vite e lo Stato di Vittoria
perse il primato dell’offerta vinicola, che fino ad
allora superava il cinquanta percento della produ-
zione dell’intero Paese.
L’ingresso della cantina
Domaine Chandon
Uva Shiraz
Sala degustazione della
cantina Domaine Chandon
(foto a lato)
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