Sommeliers Magazine Marche n. 30 - page 26

Oltre ai migliori Pinot Noir di grande comples-
sità, nuovi competitori dei Pinot della Côte-d’Or
Borgognona, allo Chardonnay fresco ed elegante,
utilizzato a volontà anche per la produzione di
grandi spumanti, non mancano il Riesling Rhine,
il Cabernet Sauvignon e naturalmente l’ancestrale
vitigno Shiraz.
Quest’ultimo, vitigno principe e vessillo dell’eno-
logia australiana, fu introdotto da alcuni viticoltori
in visita nei vigneti della collina francese dell’Her-
mitage alla ricerca di nuove varietà da impiantare,
quando il nonno di Jean-Louis Chave, attuale ti-
tolare della Maison vinicola icona della Côtes du
Rhône, regalò alcune barbatelle da poter innestare
nei vigneti del Continente Oceanico. Non a caso,
in Australia, Hermitage è sinonimo di Shiraz.
Un curioso aneddoto racconta la tortuosa avven-
tura di Monsieur Chave e del suo syrah che ancora
oggi popola la valle del Rodano: i cloni donati da
Chave, arrivati nell’emisfero australe, un dì tor-
narono nella loro terra di provenienza, quando
in Francia sbarcò la fillossera distruggendo gran
parte dei vigneti europei, compresi quelli del gene-
roso vigneron dell’Hermitage, che non esitò a in-
traprendere il viaggio più lungo della sua vita alla
ricerca dei giovani farmer omaggiati a suo tempo
del prezioso patrimonio genetico. Tornando in
Francia con le talee salvate dalla peste, l’antico vi-
tigno riprese nuovamente a caratterizzare la lunga
vallata degradante verso le coste di Marseille.
La visione consumistica fornita dalle ingenti quan-
tità di prodotti commercializzati nel bag in box
parrebbe dissonante con le immagini bucoliche
della ricerca oltreoceano di vitigni selezionati ma,
con la raggiunta consapevolezza della rilevanza
del terroir e del microclima ideale, l’Australia ha
da tempo lanciato una sfida al mercato globale at-
traverso il progetto trentennale denominato “Stra-
tegy 2025”, basato sul perfezionamento dei fattori
della produzione e sull’implementazione di piani
industriali con mire espansionistiche di portata
planetaria.
“The big four wine companies”
, colossi
come Southcorp, Orlando Wyndham, BRL Hardy
o Beringer Blass da una parte e le piccole aziende
familiari dall’altra, attingendo entrambi a comu-
ni risorse disponibili per il processo di sviluppo e
stringendo alleanze strategiche, si adoperano tena-
cemente per conquistare nuove quote di mercato su
target differenti, ma complementari per l’economia
del comparto. Le grandi produzioni aziendali, as-
semblate da uvaggi provenienti dalle diverse zone
del Paese, riescono comunque ad ottenere una buo-
na qualità a prezzi più che accattivanti, contrastan-
do efficacemente la concorrenza internazionale e
colmando il gap dei costi suppletivi generati dalle
enormi distanze dal resto del mondo, dove è quoti-
diano il consumo del nettare di Bacco.
Anche gli amanti del binomio vitigno-terroir a
caccia di torchiati unici, introvabili altrove, han-
no la possibilità di sbarcare sull’Isola-Continente
intraprendendo escursioni enoturistiche alla volta
di Hunter Valley, nel profondo nord-est del New
South Wales, per degustare un sontuoso esempla-
re ottenuto da Sémillon, definito dagli autoctoni
Hunter Honey per l’impressione melliflua. Vini
opulenti, figli di un clima difficile, a volte attac-
cati dalla muffa nobile e perfetti compagni delle
scaloppe di foie gras, in alcuni casi possono rag-
giungere anche venti, trent’anni di età e con l’evo-
luzione acquistano note di nocciole tostate che si
aggiungono all’aroma di miele da cui trassero la
denominazione poetica.
La vicinanza a nord con le coste umide del Nuovo
Galles del Sud suggerisce, nel Queensland, di curio-
sare tra le note di un Ballandean Nouveau, seppur
modesto ma ammiccante al palato, ottenuto con la
macerazione carbonica da uve che crescono in un
clima sub-equatoriale nelle alture prossime a mille
Yering Station
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