Sommeliers Magazine Marche n. 35 - page 20

Dolce o secco, più o meno alcolico, caldo o freddo,
ma anche a temperatura ambiente, il sakè, servito
sia come aperitivo che in abbinamento al susse-
guirsi delle portate e persino mestato nei cocktail è
una bevanda ottenuta dalla fermentazione del riso.
Il sakè può essere rinforzato con aggiunta di alcol o
per infondere qualità alla bevanda può derivare in
purezza dal riso; meglio ancora se il chicco di riso
è stato levigato almeno la metà della sua grandezza
iniziale per assicurare un prodotto finito di gran-
de raffinatezza, elaborato tramite la fermentazione
della farina di riso maltata indotta con l’aggiunta
di acqua calda e lieviti selezionati.
Torchiatura, filtraggio, raffinazione, a volte pasto-
rizzazione e invecchiamento, seguiti dall’imbot-
tigliamento o messa in botte di cedro giapponese
sono i principali passaggi del ciclo produttivo della
tradizionale bevanda alcolica.
La cultura del vino d’uva è entrata di recente, senza
alcun pregiudizio, a far parte degli interessi del po-
polo nipponico e l’apertura verso la nobile bevanda
occidentale per antonomasia stuzzica ampia curio-
sità ed è spesso oggetto di disamine nelle colazioni
di lavoro. I Giapponesi ebbero già modo di cono-
scere l’estratto alcolico d’uva già quasi cinquecento
anni fa quando, nel 1542, i primi Lusitani raggiun-
sero casualmente le coste meridionali del Giappo-
ne. Entrambi i popoli desiderosi di aprire nuovi ca-
nali commerciali, nel 1571 diedero vita alla prima
stazione mercantile a Nagasaki. Ben presto però,
nel 1603, quando Tokugawa Ieyasu salì al trono e
divenne
shōgun
, ogni relazione con il mondo ester-
no fu interrotta, gli stranieri espulsi dal Paese e fu
messa al bando la fede cristiana predicata dal mis-
sionario gesuita Francesco Saverio, proclamato poi
santo Patrono delle missioni dalla Chiesa cattolica.
Al contrario di quanto ogni logica deduzione fa-
rebbe supporre, non furono i Portoghesi ad intro-
durre la vite sul suolo nipponico; i Giapponesi co-
noscevano già l’ancestrale pianta rampicante e la
coltivarono ancor prima dell’arrivo degli Europei.
Agli albori della storia della viticoltura giappone-
se le vicende della città di Katsunuma nell’odierna
Prefettura di Yamanashi, allora poco più che un
insediamento umano, si intrecciano con quelle del
sommo sacerdote buddista Gyōki e di una comu-
nità di monaci provenienti dalla Corea che nel 718
vi si stabilirono per diffondere il loro credo.
Interessati alle virtù medicinali dell’uva, con ogni
probabilità furono loro ad introdurre i primi ceppi
delle viti coltivate provenienti dal Caucaso sull’iso-
la di Honshu, la più grande dell’arcipelago nippo-
nico, sebbene la leggenda narri di una visione not-
turna avuta dal sacerdote che, dopo aver svolto le
rituali pratiche ascetiche alla ricerca della mistica
del vuoto, vide nel sonno apparire
Yakushi Nyorai
,
il Buddha della medicina e della guarigione, che
gli porgeva con una mano un grappolo d’uva nel
mentre l’altra custodiva l’immancabile ampolla
delle cure medicamentose, da sempre presente in
ogni sacra iconografia. Risvegliatosi dal sonno di-
vinatorio, il sacerdote si prodigò per scolpire una
statua lignea in onore del Buddha e per edificare
un tempio a lui dedicato, il
Daizenji
, soprannomi-
nato
Budou-dera
– il Tempio dell’Uva – divenuto
monumento nazionale e sede di una delle maggiori
scuole di Buddismo in Giappone.
Nelle sale del luogo d’apprendimento del Buddi-
smo Shingon è ancora collocata l’unica statua in
tutto il Giappone raffigurante il Buddha con il
frutto d’uva; non a caso,
Yakushi Nyorai
è consi-
derato in loco il protettore dei viticoltori e degli
agricoltori.
Botte di sakè.
L’uva Koshu.
Il sakè, bevanda nazionale
giapponese, nel tipico
bicchiere detto masu.
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