Sommeliers Magazine Marche n. 35 - page 21

Il Daizenji, il Tempio dell’Uva,
monumento nazionale
giapponese.
A quel tempo una bevanda molto simile al vino
di riso ma estratta dall’uva fu somministrata alla
stregua di altri preziosi preparati farmacologici. I
contadini del villaggio appresero presto le tecniche
di coltivazione della pianta rampicante su tendoni
alti circa un metro e ottanta. I deliziosi frutti ro-
sei che pendevano dai pergolati disposti lungo una
delle vie di comunicazione del Paese, attirarono
sempre più l’attenzione dei viandanti al punto di
far acquisire al luogo il nome di Villaggio dell’Uva
dove, nelle case da tè sorte per il ristoro dei fore-
stieri, vennero proposti anche deliziosi assaggi di
acini carnosi della varietà Koshu. L’elevato tasso
di umidità oceanica che influenza il clima giap-
ponese, caratterizzato da precipitazioni durante il
periodo vegetativo della vite e da temperature in-
vernali più rigorose rispetto a quelle che si riscon-
trano nel resto del globo alle stesse latitudini, con-
sente comunque alle bacche di Koshu di difendersi
agevolmente anche in virtù della resistenza offerta
dalla spessa buccia dal colore roseo con sfumature
grigie, capace di sostenere il proliferare delle spore
nocive che abbondano in condizioni atmosferiche
ricche di grandi quantità di vapore acqueo.
La pianta, coltivata in Giappone da oltre mille anni
e di conseguenza ritenuta autoctona, anche se ri-
conducibile con certezza alla specie euroasiatica
della
Vitis vinifera
, la cosiddetta vite europea, nella
prefettura di Yamanashi ai piedi del sacro vulcano
Fuji ha trovato le condizioni pedoclimatiche otti-
mali con un terreno ben drenante, argilloso e ciot-
toloso nelle giuste proporzioni, clima più asciutto
con forti escursioni termiche e maggior numero di
ore solari, che permettono una produzione natu-
rale di vini senza l’aggiunta di zuccheri, altrimen-
ti indispensabili per raggiungere il grado alcolico
minimo richiesto e difficilmente raggiungibile an-
che a causa della grande acidità dei suoli nipponici
che rendono i vini eccessivamente acri.
Sebbene molti agricoltori ancora preferiscano il
più familiare sistema d’allevamento a tendone alto
(tanazukuri) con rese elevatissime, più consone al
consumo dell’uva da tavola, taluni ricorrono già da
tempo alle tecniche di potatura a resa bassa (ichi-
mojitansho), mentre i più lungimiranti e propensi
a dar vita ad una viticoltura di qualità hanno adot-
tato gli impianti a Guyot o cordone speronato, forti
di sperimentazioni pionieristiche ben riuscite ef-
fettuate in tandem con enologi stranieri.
Risale al 1877 la prima azienda moderna per la pro-
duzione del vino con scopi commerciali dall’uva
Koshu, la “Dai-Nihon Yamanashi Budoushu-Gais-
ha”, che lo stesso anno inviò due giovani viticoltori
in Francia per poter apprendere l’arte della vinifi-
cazione. Masanari Takano e Ryuken Tsuchiya, tor-
nati in patria lasciarono spazio al loro entusiasmo
ed erudizione in materia migliorando notevolmen-
te la qualità del vino tradizionale a base di Koshu
e introducendo al contempo nuovi stili enoici del
tutto inediti al palato giapponese. La storica azien-
da divenne nel 1970 proprietà del gigante Château
Mercian che poi nel 1976 introdusse la coltivazione
del Merlot nel distretto di Kikyogahara, nel 1984 il
Cabernet Sauvignon e solamente nel 1990 lo Char-
donnay allocato nel distretto di Hokushin.
Nell’azienda Lumière fondata nel 1885 a Fuefuki-
shi dal trisavolo dell’attuale presidente, un lord lo-
cale di nome Tokugi Furiya, i grappoli di Koshu,
a maturazione tardiva, utilizzati per la produzione
del vino secco lievemente paglierino con delicati
sentori agrumati accompagnati dalle note di pe-
sca bianca e sostenuti da una ricca base minerale
assimilata dal sottosuolo giapponese interamente
vulcanico, vengono impiegati anche per la fattura
di ottimi spumanti oltre che per i tradizionali ab-
boccati e amabili. I vini ricchi di bollicine furono
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