YAMANASHI
GIAPPONE
Tokyo
aggiunti alle referenze di gamma nel 2007, anno
in cui nell’area della stimata azienda fedele alla
qualità e al gusto senza compromessi, aprì i bat-
tenti anche un ristorante di proprietà annesso alla
boutique winery, il Lumiere Winery Restaurant –
Zelkova; il nome, ispirato dall’imponente albero di
Zelkova serrata che troneggia nei pressi dell’entra-
ta del punto vendita aziendale, intende onorare la
natura e il rispetto per essa.
Un’altra azienda ultracentenaria è la Rubaiyat Wi-
nery fondata nel 1890 da Jisaku Omura a Katsunu-
ma-cho. Oggi, la piccola cittadina di Katsunuma,
insieme alla città di Enzan e al villaggio di Yamato,
è stata inglobata nella città di Kōshū. I vigneti ubi-
cati sulle pendici di una valle a forma di ventaglio
fornirono i primi Cabernet Sauvignon, Merlot, Pe-
tit Verdot, Chardonnay e Sauvignon Blanc condot-
ti secondo il sistema di allevamento VSP (Vertical
Shoot Positioning) a cominciare dal 1989.
Ancor prima, la cantina disposta su un piano in-
clinato, che rese possibile l’uso di un sistema di vi-
nificazione a caduta, ricorrendo solamente agli in-
terventi tecnologici più indispensabili, diede inizio
alla produzione del suo Rubaiyat Koshu Sur Lie che
dal 1988 è uno dei più popolari vini della Nazione.
Il nome dell’azienda trae ispirazione da un antico
poema persiano composto nell’undicesimo secolo
dal poeta, filosofo, astronomo, nonché matematico
Omar Khayyām, natio di Nīshāpūr, uno tra i più
rilevanti centri industriali, politici e socio-cultu-
rali dell’Iran. «Non ricordare il giorno trascorso e
non perderti in lacrime sul domani che viene: su
passato e futuro non far fondamento vivi dell’oggi
e non perdere al vento la vita.» narrano i versi tratti
dalla composizione poetica Rub’ayyāt.
Grace Koshu è il vino portabandiera dell’azienda
a conduzione familiare Grace Winery che, grazie
all’intervento pionieristico del professor Dubou-
rdieu dell’Università di Bordeaux, abbassando no-
tevolmente le rese e concentrando così le sostan-
ze capaci di arricchire l’estratto, riuscì ad evitare
l’inesorabile declino della cultivar Koshu a favore
delle varietà alloctone più gestibili.
Gli enormi sforzi profusi in vigna per contrastare
l’oidio con l’avvicinarsi dei monsoni nel mese di
giugno e agli inizi di luglio, o poco prima della rac-
colta nel mese di settembre, quando i singoli grap-
poli venivano muniti di piccoli ombrelli protettivi
in carta cerata, furono ripagati dalle meravigliose
bacche di Koshu che sopravvissero all’ipotesi di
abbandono della coltivazione.
La Grace Winery, fondata dal capostipite Chotaro
Misawa nel 1923, persegue sin dalle sue origini gli
standard qualitativi più elevati e l’attuale quarta
generazione dell’onorata famiglia vede una donna
ai vertici dell’azienda.
“Puntiamo a far crescere il re dei vitigni e pro-
durre il re dei vini capaci entrambi di esprimere il
carattere distintivo della regione attraverso secoli
di ricerca ed esperienza” – è il motto del colosso
industriale Suntory famoso anche per la produzio-
ne di whisky in stile scozzese. Le grandi aziende
giapponesi in partnership con altre californiane,
australiane o francesi, hanno raggiunto un buon
livello qualitativo.
Oltre al Koshu e alle più note varietà bianche e ros-
se alloctone non mancano Petit Verdot, Bijou Noir
e neppure il Black Queen, ricco di acidità al punto
tale di dover essere appassito prima della vinifica-
zione e magari fatto passare in legno per poter do-
nare una buona struttura e domare i pronunciati
toni dei tannini. Il Muscat Bailey A, ibrido ameri-
cano creato da Zenbei Kawakami dall’incrocio di
Bayley e Muscat de Hambourg, viene spesso sot-
toposto alla macerazione carbonica per elaborare
estratti che richiamano i Beaujolais Nouveau, un
tempo molto in voga nel Paese del Sol Levante es-
sendo i Giapponesi i primi a poter assaporare nel
mondo i vini usciti dalla cantina nuovi di zecca.
L’ibrido di Kawakami si presta anche all’assem-
blaggio con Cabernet e Merlot conferendo più
struttura al risultato finale. Oltre alla selvatica uva
delle montagne, la Yama-budo, appartenente alla
specie asiatica della
Vitis amurensis
, quasi tutti i
vitigni giapponesi sono stati ottenuti dall’america-
na
Vitis labrusca
, idonei a resistere alle perfidie cli-
matiche poco compatibili con il profilo della specie
più nobile. Come se le avversità pedoclimatiche
non fossero abbastanza ostili, la viticoltura giap-
ponese sale sull’isola più settentrionale del Paese,
Hokkaidō, percorsa da un ramo della corrente ge-
lida che in inverno scende dalla Kamčatka tenen-
do nella morsa del ghiaccio i vigneti di Riesling e
Müller-Thurgau che combattono per esistere con la
composta determinazione di un samurai.
La cantina Kurambon,
Katsunuma-cho.
22