Quando si pensa ai filosofi antichi si pensa, in ge-
nere, a dei terribili uomini barbuti, noiosi e un po’
bacchettoni, che predicano l’autocontrollo e che
non fanno altro che invitare all’astensione dai co-
siddetti “piaceri fisici”. Tra questi, neanche a dirlo,
il piacere del vino! Niente di più sbagliato.
I “filosofi greci”, infatti, prima che essere “filoso-
fi” sono, appunto “greci” (e quindi molto più dota-
ti di realismo di quanto potremmo immaginare!)
E di questo, che è tutt’altro che un gioco di parole,
bisogna tener conto quando si vuole cercare di av-
vicinarci a quel mondo insieme così lontano e co-
sì vicino come quello della filosofia antica. “Lonta-
no”, sì, perché stiamo parlando di pensatori di più
di 2500 anni fa che sembrerebbero non aver più
nulla da dirci (se non scaldarci la mente e il cuo-
re con immortali scene di simposi in cui si discu-
te di amore e di filosofia, o se non solleticare l’im-
maginazione con olimpiche degustazio-
ni di nettare, orchestrate nienteme-
no che dai due divini
sommeliers
ante-litteram
Ebe e Ganime-
de!), pensatori che però, esat-
tamente come noi e come gli
uomini di tutti i tempi, ave-
vano (ed è per questo che
facevano filosofia!) uno
scopo ben preciso: esse-
re felici. E se gli ingredien-
ti della felicità sono tanti, ci
ricordano i nostri Socrate,
Platone, o Epicuro, ce n’è cer-
tamente uno che non può man-
care: il piacere. Nessuna vita può
essere felice se non è piacevole.
Il problema è che ci sono certi piaceri, tra cui,
appunto, quelli legati al bere, che hanno una ca-
ratteristica particolare: l’ambiguità. Il vino che, in
quanto tale, è buono
(«il vino rende pieni di speran-
za»
ricorda Aristotele nell’
Etica Eudemia
, mentre
Platone, nelle Leggi, ringrazia il dio Dioniso
«che
diede agli uomini il vino, perché con il suo benefi-
co potere fosse rimedio alla durezza della vecchia-
ia»
) e che, sempre in quanto tale, «fa bene alla sa-
lute» (Aristotele,
Etica Nicomachea
), può anche far
male, e molto.
Gli Antichi lo sapevano benissimo, visto che chia-
mavano il “vino puro” sia, appunto, “vino”, ma an-
che “
pozione ubriacante
”: essi avevano sperimen-
tato che il vino è un
pharmakon
(cioè un farmaco
ma anche un veleno!) e che il preziosissimo dono
di quel dio che i Romani chiameranno Bacco, va
amato ma anche temuto. Dioniso/Bacco, infatti, è
certamente «il dio del benessere fisico e dell’esal-
tazione psichica», ma è anche
«il dio che manda in
rovina i bevitori incalliti»
(Casadio,
Il vino dell’ani-
ma. Storia del culto di Dioniso a Corinto, Sicione,
Trezene, p. 43
) e, in un certo senso, è anche colui
che provvede a punire i loro eccessi.
La colpa, come è evidente, non sta nel vino (tanto
“irresistibile” quanto, evidentemente, “innocente”,
esattamente come due occhi di rara bellezza non
sono responsabili degli “inebriamenti” che posso-
no provocare in chi li guarda) ma in chi lo assume
male e se ne lascia vincere.
Tra chi gusta adeguatamente il vino, come fanno
«i degustatori di vini (oinous dokimazountes) e i
cuochi raffinati» (Aristotele,
Etica Nicomachea III,
10
) e chi vorrebbe avere
«la gola lunga come quella
di una gru»
pur di tracannare indiscriminatamen-
te grandi quantità di vino, e che quindi ha «la lin-
gua rovinata dall’ubriachezza» (ricorda sempre il
buon Aristotele), passa tutta la differenza del mon-
do. Perché i patetici soggetti di questa seconda ca-
tegoria, oltre ad essere schiavi del piacere
di bere, e quindi da esso dipenden-
ti, mancano di rispetto non solo
a se stessi ma anche al vino, ri-
ducendolo a strumento… per
azzerare il pensiero!
In questo senso gli antichi
filosofi ci insegnano che un
corretto rapporto con il vi-
no implica consapevolezza
e misura, una misura mo-
dulata sulla realistica presa
d’atto della potenziale peri-
colosità del piacere di bere, e
inevitabilmente iscritta, al pa-
ri di tutti i piaceri fisici, nel profilo
della sua intrinseca ambiguità.
Tale misura, ben lungi dal configurarsi come
una condanna senza appello, va letta piuttosto co-
me un invito ad una modulazione del piacere (lad-
dove per modulazione si deve intendere l’esatto
contrario che l’inibizione e l’estirpazione… d’al-
tronde Socrate, che beve molto ma non si ubriaca
mai…docet!). Infatti, insegnano i pensatori classi-
ci, solo una gestione intelligente del piacere (e non
una sua negazione) permette di gustarlo davvero,
di acquisire un “gusto intatto” e, dunque, nel ca-
so specifico, di farsi criterio della reale piacevolez-
za di un vino. «Il vino più piacevole… è quello che
piace… a chi ha il gusto intatto», ricorda Aristote-
le nell’
Etica Eudemia
.
Allora, forse, la ricetta dei Filosofi antichi potrebbe
essere riassunta nella formula “bere bene per bere
meglio”, cioè gustare intelligentemente per diven-
tare sempre più capaci di de-gustare; bere in “giu-
sta misura” per godere davvero e per gustare in-
telligentemente e, dunque, pienamente, il delizio-
so piacere “di-vino”.
BERE BENE PER BERE MEGLIO
I CONSIGLI DEI FILOSOFI GRECI PER AVVICINARSI
AL VINO CON “VERO PIACERE”
Arianna Fermani
Platone
Dionisio
(Bacco)
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