«La Calabria sembra essere stata creata da un Dio
capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si
è divertito a mescolarli insieme». La descriveva co-
sì, Guido Piovene, nel suo “Viaggio in Italia”, que-
sta terra intensa, che stupisce per la sua infinita ca-
pacità di armonizzare i contrari, in un andirivieni
incessante di asperità e morbidezze, che ti coinvol-
ge e ti travolge come un fiume in piena, con la sua
insostenibile bellezza, con il suo immenso patri-
monio artistico, con la sua storia millenaria. Tan-
to è vero che «Dionigi di Alicarnasso… ci informa
che 17 generazioni prima della guerra di Troia (at-
torno al 1650 a.C.) popolazioni pelasgiche guidate
da Enotro, emigrarono dall’Arcadia e raggiunsero
la Calabria e da Enotro, la terra che occuparono fu
chiamata Enotria, che divenne la terra del vino, per
via della vite che portarono dalla loro patria» (O.
Sculli,
I vitigni autoctoni della Locride
, pp. 16-17).
“Noi siamo Greci”. Si è presentato così Pierfran-
cesco Multari, Delegato AIS della Locride e della
Piana di Gioia Tauro, Vice Presidente dell’AIS del-
la Calabria, quando ho avuto il piacere di incon-
trarlo nella sua terra. Mai
incipit
fu più appropriato
per racchiudere in una battuta una terra che pro-
fuma di grecità in ogni sua piega, dove sapori e sa-
peri si intrecciano da millenni, per raccontarmi di
quello spettacolare frutto di madre-terra Enotria
costituito dal Greco di Bianco!
Le fonti ci raccontano che il primo tralcio di
quest’uva sia arrivato in Calabria, nel territorio di
Bianco appunto, vicino alla splendida Gerace (da
cui, un tempo, lo stesso vino traeva la sua denomi-
nazione), già nel VIII secolo a.C., quando i Greci
sbarcarono presso il promontorio Zefirio (l’attua-
le Capo Bruzzano). Certo, per capire fino in fondo
che cos’è il Greco di Bianco, uno dei vitigni autoc-
toni più celebri della Locride, nonché il vino più
antico d’Italia, come sottolinea orgogliosamente
Multari, bisognerebbe, come capita sempre in que-
sti casi, sorseggiarlo proprio nella sua patria, ov-
vero a Bianco (luogo di nascita anche del Manto-
nico). Ed è proprio da un bar di Bianco che par-
te questa storia, davanti ad un indimenticabile bic-
chiere di questo gioiello dal colore dell’oro antico,
il cui profumo racconta di zagara e bergamotto,
assaporato all’aperto, in un caldo pomeriggio di fi-
ne febbraio, insieme ad alcuni deliziosi biscotti alla
pasta di mandorle.
«Il Greco di Bianco, che ha ottenuto la Denomi-
nazione di Origine Controllata nel 1980, è prodot-
to esclusivamente nella tipologia “passito”. Nono-
stante siano passati quasi duemila anni, nella lavo-
razione dell’uva Greco di Bianco si seguono anco-
ra gli stessi procedimenti e l’appassimento sui gra-
ticci è uno di questi. L’uva, infatti, prima di essere
spremuta, viene appassita al sole fino a quando non
si sia registrato un calo minimo del 35%».
Si tratta di un vitigno che richiede grandi cure, an-
che per la resa minima, dovuta alla tipologia degli
acini (caratterizzati da vinaccioli molto sviluppati
e da poca polpa), ma che si traduce nel bicchiere in
un prodotto di una bellezza e di una eleganza as-
solute. «Non basta saper degustare, per sapere dav-
vero il vino – spiega Pierfrancesco Multari, che è
anche Presidente della Strada dei Vini e dei Sapori
della Locride – ma bisogna immergersi profonda-
mente nella propria terra, conoscendone e aman-
done, altrettanto profondamente, le radici storico-
culturali, artistiche e anche linguistiche».
Ed è proprio di questo amore e di questo legame
con un territorio che si alimentano le molte inizia-
tive promosse dall’AIS della Locride volte alla va-
lorizzazione delle centinaia di palmenti (solo nel-
la provincia di Reggio Calabria ne sono stati indi-
viduati circa 750!), ovvero di quelle antiche vasche
scavate nella roccia e utilizzate per vinificare l’u-
va, che danno luogo a un incredibile museo a cielo
aperto e a un vero e proprio
unicum
nel panorama
dell’archeologia enologica, visto che probabilmen-
te si tratta anche della più antica Strada del Vino
del mondo! A chi gli chiedeva perché dipingesse
così lentamente, Zeus rispose: “Perché dipingo l’e-
terno». E forse è proprio l’eternità la cifra del Gre-
co di Bianco, un vino immortale, frutto della cu-
ra silenziosa, lenta e amorevole, delle mani sapien-
ti e dei cuori appassionati di generazioni di uomini
che si parlano da molto lontano.
LE SEDUZIONI DEL GRECO DI BIANCO
LE EMOZIONI REGALATE DAL PIÙ ANTICO VINO D’ITALIA
Arianna Fermani
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