ratteristica frisella, tipico pane biscottato di grano duro
o d’orzo (antichissimo alimento che i marinai prepara-
vano addirittura bagnandolo con acqua di mare), cibo
molto diffuso in Puglia (e, non a caso, a Creta), o nelle
caratteristiche coltivazioni delle viti ad alberello; per non
parlare dei vitigni di origine greca, dal Negroamaro alla
Malvasia di Brindisi.
Ma Dioniso, oltre ad essere il dio del vino, è anche, in
quanto espressione di quella inestinguibile e “palpitan-
te brama di vivere”, dio dell’antichissima tradizione della
taranta e, in quanto tale, è in grado di donare vibrazioni
profonde, che fanno letteralmente “tremare” il corpo e lo
spirito. Nel tarantismo, come è stato scritto, c’è una vera
concezione terapeutica degli opposti, una sorta di riunifi-
cazione di vita e morte.
«Intendo la terapeutica pizzica piz-
zica in primo luogo come una for-
ma di kosmos, un ordine bello, che
rovescia il chaos della malattia e
fornendo… l’armonia degli op-
posti e la bellezza, cose entrambi
indispensabili per la salute»
(De
Giorgi, La pizzica, la taranta e il
vino). Dioniso, in questo senso,
vero anello di congiunzione tra
vino e taranta, ritorna. L’impe-
rativo, infatti, in entrambi i casi,
è la bellezza, ovvero la misura,
la negazione dell’eccesso puro
e semplice, il rifiuto dell’ubria-
chezza che abbrutisce e che, con-
temporaneamente, abbruttisce.
Il saggio equilibrio, alla base della vita stessa e, più nello
specifico, delle pratiche enologiche tradizionali, richie-
de giusta misura, esige una giusta mescolanza di acqua
e vino secondo proporzioni musicali. I taratati pugliesi,
non a caso, utilizzano il vino, e durante la pizzica taranta-
ta risanatrice essi bevono vino e si adornano con pampini
di vite. Il vino come la pizzica e, più in generale, come la
vita, non è altro che un armonico gioco di opposizioni:
«
resta l’ambiguità del vino, una bevanda paradossale come
la vita umana, che proprio come la vita umana, solo con
un sapiente equilibrio può essere gestita bene»
(P. De Gior-
gi, La pizzica, la taranta e il vino. Il pensiero armonico).
Un’armonia di opposti, una misura che non ha niente a
che vedere con l’inibizione, esattamente come insegnano
gli antichi filosofi:
«la morale greca, che consiste in un ide-
ale di equilibrio e non di frustrazione o di ascesi, è concepi-
ta sul modello della giusta mescolanza di vino e di acqua,
associata all’immagine del cratere»
(Lassargue, L’immagi-
nario simposio greco). Una mescolanza di acqua e vino
che, se da un lato, non può che far inorridire gli attuali
Sommelier, si spiega con l’elevata alcolicità del vino, che
esigeva di essere “moderata”, “armonizzata”, appunto.
Di tale necessaria mescolanza e commisurazione recipro-
ca (tra acqua e vino) troviamo ancora una volta traccia nel
linguaggio, visto che i contadini pugliesi, da secoli, chia-
mo il vino
krasì
, che in greco vuol dire appunto “mesco-
lanza”, “fusione”. Dioniso, non a caso, è il dio che non solo
dona agli uomini il vino, ma che insegna anche come ta-
gliarlo in giuste proporzioni. Come succede nei banchetti,
e come succede nell’amata e antichissima tradizione della
taranta, in cui «
chi danza esibisce un fazzoletto, come il filo
di Arianna per uscire dal labirinto»
(P. De Giorgi, La pizzi-
ca, la taranta e il vino. Il pensiero armonico). E come suc-
cede, più in generale nella vita, in cui
«tramite l’ebbrezza…
Dioniso concede a tutti un gusto superiore»
.
Questa è la Puglia: l’armonia dinamica e l’equilibrio di una
terra in cui gli opposti coesistono ovunque, a partire dai
suoi struggenti paesaggi; una terra fatta di
«scenari... di
terra rossa arroventati dal sole, dove campeggiano pietre,
caldo, sete, sudore, mani e ossa doloranti, rughe scavate
come la corteccia dei tronchi millenari degli ulivi. Ma anche
mari d’un azzurro accecante»
(De Giorgi, La pizzica, la ta-
ranta e il vino). Una “armonia” che si dà a vedere in gesti e
pensieri quotidiani, insieme semplici e di una profondità
assoluta, come quelli del fornaio di Giurdignano – incan-
tevole paesino alle porte di Otranto – che di fronte ad una
cliente comprensibilmente titubante di fronte alla indici-
bile varietà dei suoi prodotti, esclamò con una naturalez-
za e una saggezza parimenti impossibili da dimenticare:
“Non ragioni troppo, signora, si lasci trasportare!”
.
«E ‘ncignara a ballare…
Lu suture comu acqua ni scendia…
Lu nasu, l’ecchi, la ucca ni cuprea…
Ma tutti chhiù rrussìannu, cchiù nfannânu
E cchiù ursuli te mieru se ddiacânu.
E ballânu e ballânu pe ure sane…»
«E cominciarono a ballare…
il sudore scendeva come acqua…
e copriva il naso, gli occhi, la bocca…
ma erano tutti sempre più ansimanti e più rossi,
e bevevano avidamente sempre più bicchieri di vino.
E ballano e ballano per ore intere»
F. Marangi,
“Pizzeca-pizzeca”
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