In un mondo ormai globalizzato anche nella pro-
duzione enologica si sente la necessità di ritornare
al passato e di ridare ai vini quei toni dimenticati
che li caratterizzavano.
Oggi li chiamiamo
Orange Wine
ed altri non sono
che vini bianchi lasciati a macerare nelle proprie
bucce per più o meno tempo a seconda delle carat-
teristiche del vitigno coinvolto.
Era il metodo di produzione ancestrale usato fino a
qualche decennio fa e abbandonato poi perché rite-
nuto obsoleto e non atto a produrre vini fini.
Si sono sbagliati? Qualcuno ha voluto rimetterci le
mani e le sorprese più che positive non sono man-
cate. Anzi, dire qualcuno al momento è dire poco
perché in realtà sono diversi i piccoli produttori
che stanno riprendendo questa filosofia reintro-
dotta più che altro nei Paesi della Mittel Europa e
la fascia costiera adriatica slava e che si sta diffon-
dendo a macchia d’olio anche in Italia, Germania,
Francia e Spagna.
Le differenze produttive tra ieri e oggi sono ov-
viamente una maggiore attenzione dell’igiene, dei
contenitori e ovviamente senza refrigerazione, ma
la filosofia è la stessa: estrarre il più possibile gli
aromi dalle bucce.
I risultati, per lo meno dalle nostre esperienze di
degustazione, sono veramente eccellenti, anzi...
stupefacenti e incoraggianti.
Anche gli anglosassoni che da tempo hanno ri-
messo le mani nel vino per via delle mutazioni
climatiche stanno sostenendo la produzione degli
Orange wine. Di fatto sono nati in Georgia tra il
Mar Nero e il Caspio dove da antichissima tradi-
zione vengono lasciati a fermentare sulle proprie
bucce in grandi contenitori di argilla interrati e
denominati
kvevri
.
La storia racconta che la
vitis vinifera
sia nata pro-
prio in questi luoghi e quivi è stata scoperta la più
antica cantina del mondo risalente all’ultimo pe-
riodo del neolitico.
IL VINO DI UNA VOLTA
RITORNA DI MODA
Orange Wine
Gualberto Compagnucci
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