Il filosofo Friederich Nietzsche, nei suoi “Frammenti
postumi”, scrisse che è urgente
«riscoprire in sé il Sud e
tendere sopra di sé un chiaro, splendido, misterioso cielo
del Sud; riconquistare la salute meridionale e la riposta
potenza dell’anima; diventare gradualmente più vasti, più
sovraeuropei, più orientali, infine più greci»
.
Che nel Sud, ovvero in un mondo e in una cultura capaci
di stregare come pochi altri, si respiri ovunque “greci-
tà”, non fa certamente notizia. In Puglia, però, tale ra-
dicato e profondo “spirito greco” assume forse, rispetto
ad altre zone della Magna Grecia, una quantità ancora
più straordinaria di sfumature, molte delle quali ricon-
ducibili ad un’unica poderosa figura: Dioniso, il dio del
vino, dell’entusiasmo e dell’ebbrezza vitale. Come ha ri-
cordato Pierpaolo De Giorgi:
«le colture vitivinicole e le
abbondanti vendemmie, la qualità di questa produzione…
assieme alla religiosità dionisiaca, al senso del sacro, al co-
stume di fare libagioni rituali, all’abitudine sociale al bere
collettivamente e all’abitare poetico delle popolazioni che
si avvicendano in Puglia vengono a formare una vera e
propria civiltà del vino che, con alterne vicende, si conser-
va nel tempo fino a noi»
(La pizzica, la taranta e il vino. Il
pensiero armonico).
Nel tacco d’Italia, e più nello specifico nell’antica terra
dei Messapi, in cui
«c’è un’umanità che prega e pensa an-
cora in greco»
(L. Carducci, Storia del Salento), la pre-
senza greca è ancora forte, soprattutto (ma non solo) nei
deliziosi paesi della Grecìa salentina, in cui a
“palare”
in
greco (o, meglio, in
griko
), oltre agli anziani del luogo,
sono le indicazioni stradali, le insegne dei bar e dei ne-
gozi e molti dei nomi dell’ambito enologico.
Basti pensare, solo per citare un esempio, che qui, anche
oggi, per dire
“vigna”
, usano il termine
“amplèli”,
esatta-
mente l’antico termine greco
“ampelos”
(da cui la nostra
ben nota
“amplelografia”
, la scienza che studia e classifi-
ca i vitigni). La tradizione enologica e, più in generale,
popolare pugliese è dunque profondamente imbevuta di
elementi greci, sia nei termini di uso comune sia nella
«poesia del vino… forte come un sorso di primitivo pu-
gliese. Leggerla vuol dire vivere un’esperienza tumultuo-
sa, aperta, quasi olfattiva e cromatica, simile a quella di
una degustazione di vino d’eccellenza. Vuol dire recepire i
messaggi dei sensi e della comunicazione interpersonale e
di qualcosa che va oltre il quotidiano. Vivere questi versi
vuol dire palpitare con essi, vuol dire sentire le emozioni
danzare nel petto come satiri di Dioniso che pigiano l’uva e
come Menadi in trance al suono di timpani e doppi aulos»
(P. De Giorgi, I poeti del vino. La poesia del vino di ogni
tempo e i brindisi della tradizione popolare leccese).
Un influsso, quello greco, che i pugliesi si portano den-
tro da millenni, fosse solo perché, secondo la tradizione,
Lecce e altre città pugliesi sarebbero state fondate da Ido-
meneo, nipote di Minosse e re di Creta, mentre Brindisi
sarebbe stata fondata da Teseo e da altri cretesi prove-
nienti da Crosso. In Puglia, d’altra parte, mondo greco
e vino
flirtano
praticamente da sempre (se si pensa che
a Metapondo, Brindisi, Taranto Canosa e in altre zone
della Puglia vengono addirittura coniate monete con
soggetti dionisiaci).
Una “grecità”, inoltre, che “si beve” e che “si mangia”,
visto che, solo per citare un esempio, la diffusione in
Puglia del mito del labirinto si esprime perfino nella ca-
Cesare Lapadula
Arianna Fermani
LE INEBRIANTI “ARMONIE” PUGLIESI,
TRA TARANTA E VINO
LE
V
IBRAZIONI
DI
D
IONISO
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