Molti anni dopo, circa alla metà del XVI secolo,
lungo la cosiddetta Via della Seta, la fama dell’er-
ba terapeutica cinese impiegata come medicina di
lunga vita, chiamata Chai Catai, giunse finalmente
nel Vecchio Continente, precisamente a Venezia,
per mezzo delle avventurose narrazioni del mer-
cante persiano Chaggi Memet al diplomatico della
Serenissima, Giovan Battista Ramusio, umanista
e geografo avido di conoscenza, che non tardò a
riportare la preziosa informazione in uno dei me-
moriali di viaggi raccolti nel suo monumentale
trattato dal titolo “Delle navigationi et viaggi”.
Agli inizi del secolo successivo, al tempo stesso in
cui il caffè fu introdotto in Europa dalla Turchia,
commercianti olandesi importarono il tè dalla
Cina e, anche se, nel 1657, fu Thomas Garraway,
titolare di un pub a Londra, a commercializ-
zare per primo la rivoluzionaria panacea al
grande pubblico, la notorietà arrivò a seguito
dell’alto apprezzamento espresso a corte dalla
Principessa Caterina di Braganza, sposa por-
toghese di Carlo II d’Inghilterra.
Ella riuscì con elegante leggiadria ad attrarre l’at-
tenzione della nobiltà e dei ceti superiori, cosicché
il tè divenne ben presto uno
status symbol
per meri-
to dei ricchi signori frequentatori abituali delle re-
centi Case del Caffè diffusesi a far data dall’anno
1652 e che iniziarono a sottoporre all’atten-
zione altrui, con lusinghiero successo, anche
la diafana specialità, dando inizio all’usanza
che divenne nel tempo fiera tradizione inglese.
La grande rinomanza acquisita presso la collettività
valse al tè potenti nemici come la Chiesa, le cor-
porazioni dei medici e dei birrai, timorosi que-
sti ultimi che la nuova bevanda esotica potesse
sostituire la birra Ale, consumata solitamente
a colazione. Di conseguenza anche il tè,
similmente a molti prodotti importati
da terre lontane, divenne un piacere
raro e costoso accessibile solo all’
éli-
te
e di difficile reperibilità per le classi
sociali meno abbienti, non appena il Governo
inglese gravò di una tassa pari al 119% del costo
del prodotto le importazioni della Compagnia
Olandese delle Indie Orientali.
Pertanto, sorseggiare del tè bollente divenne un
raffinato evento sociale da ritrarre anche sulle pa-
reti solenni delle maestose dimore di ogni famiglia
aristocratica del tempo con scene dell’apprezzato
rituale e da ostentare con l’esposizione di variopin-
te porcellane cinesi di squisita fattura.
Le pregiate foglie del tè furono conservate essiccate
nei vasi di porcellana custoditi in armadi chiusi con
serrature e per il loro utilizzo la servitù dovette ot-
tenere l’autorizzazione della matrona che vigilò co-
stantemente sulla chiave incatenandosela al collo.
Il servo esplicò il compito di portare il bollitore
predisponendo gli allestimenti necessari ma, per
rimarcare il valore elevato della sopraffina materia
prima levantina, fu mansione esclusiva della dama
di casa infondere le foglie nella teiera contenente
acqua bollente e versare il tè in piccole ciotole prive
di manici per servirle ai suoi ospiti di riguardo.
Nel 1771, al fine di sopprimere il fiorente merca-
to nero del tè e raccoglierne i benefici economici,
il Governo inglese revocò la pesante tassa e anche
le famiglie di basso censo ebbero l’opportunità di
assaporare la balsamica fragranza dell’asiatica in-
fusione, giocoforza ignorata in precedenza.
La replica della “Amsterdam”, nave del XVIII secolo della
Compagnia Olandese delle Indie Orientali (Amsterdam).
Camellia
sinensis
Logo della Compagnia
Olandese delle Indie Orientali
Piantagioni di tè (Cina)
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