L’imperatore Domiziano nel 92 d.C. con un editto,
poi cancellato da Probo nel 280, ordinò lo sradica-
mento di metà dei vigneti delle Gallie, temendo che
venisse a mancare il grano. La successiva caduta
dell’impero romano d’Occidente e le ricorrenti on-
date di invasioni barbariche determinarono un ul-
teriore, complessivo peggioramento dello scenario
vitivinicolo europeo, e in particolare italiano, in cui
l’agricoltura e la vigna erano già in affanno da molti
secoli. Pertanto nel Medioevo il vino perse general-
mente importanza, quasi del tutto confinato nelle
mense dei nobili ricchi o nel chiuso dei monasteri;
la gente “normale” beveva acqua o intrugli di vino
e aceto, il
merum
si sorseggiava di solito durante le
bisbocce da taverna, dove ognuno beveva in base
alle sue disponibilità economiche, preferibilmente
non in solitudine, ma per piacere condiviso.
Fonti storiche, quali leggi e documenti giudiziari
(si pensi alle lettere di remissione con cui si conce-
deva la grazia ad autori di misfatti compiuti sotto
l’effetto dell’alcol), opere letterarie e testimonian-
ze artistiche parlano ancora “pagano” quando
si tratta di vino, perché lo considerano, come già
nel mondo greco-romano, un simbolo liturgico, al
punto che ordini religiosi e missionari incoraggia-
rono e protessero la coltivazione della vite.
Carlo Magno con il
Capitulare de villis
(tra il 770
e l’813) fissò le prime norme per la vinificazione,
regolando ad esempio la pulizia dei contenitori e
l’uso dei torchi per la pigiatura.
Medicina dell’anima e del corpo, il
vino entrava anche nelle terapie medi-
che, continuando una millenaria tra-
dizione risalente ai popoli orientali;
costringere una persona a bere acqua
era un rischio e una punizione (a pane
e acqua); i monaci benedettini per pri-
mi non amano l’acqua, sulla cui pu-
rezza e potabilità c’erano sempre dub-
bi, mentre un consumo moderato di
vino non era proibito dalla loro regola
(la rifermentazione in bottiglia, poi ri-
presa da Dom Perignon, è opera di un
benedettino italiano!). Anzi, per il suo contenuto
alcolico il vino era usato per sciogliere o camuffare
il sapore di sostanze pseudo-curative, oltre ad es-
sere impiegato puro come corroborante, antipire-
tico e antisettico (cfr.
Liber de vinis
di Arnaldo da
Villanova), efficace pressochè contro ogni genere di
malattia e ottimo anestetico in chirurgia per Guy
de Chaluliac, il più famoso chirurgo del Medioevo.
Ma l’elenco degli usi terapeutici sarebbe assai lun-
go e vario, perché al vino era riconosciuta un’azio-
ne altamente nutritiva e ricostituente, ematopoie-
tica e confortativa, digestiva, lenitiva e chi più ne
ha, più ne metta, non ultimo l’effetto euforizzante,
spesso decisivo per la guarigione.
Effettivamente le fonti concordano largamente nel
sottolineare come una “posologia” anche massiccia
fosse di buon grado accettata e seguita dai pazienti;
il piacere era, allora come oggi, una componente
tutt’altro che trascurabile del percorso terapeutico.
Nell’uso quotidiano una ripresa si registrò intorno
al 1200, sotto la spinta della ripresa economica il
consumo di vino aumentò un po’ in tutte le classi
sociali, pur con i dovuti distinguo sulla qualità e i
costi; spesso segno tangibile di ascesa sociale, il vi-
no costoso e raro conferiva prestigio a chi poteva
permetterselo; pagare un prezzo esorbitante (anche
per effetto di trasporti costosi e dazi di importazio-
ne) era, ed è, sinonimo di lusso e raffinatezza; piace-
re per la mente prima che per il palato, proprio per
l’
allure
che emana dalla esclusività.
IL VINO NEI SECOLI BUI
Patrizia Zega
Sommelier
Capitulare de villis vel curtis
imperii
(Decreto sulle ville),
il capitolare emanato da
Carlo Magno per disciplinare
le attività rurali dell’impero.
Herzog August Bibliothek,
Wolfenbüttel, Germania.
TRA BISOGNO, TERAPIA E PIACERE
Carlo Magno,
di Albrecht Durer
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