Sommeliers Marche Magazine 59 - page 13

Abruzzo, terra di Trebbiano e Montepulciano. So-
no loro i vitigni che hanno scritto la storia della
vitivinicoltura regionale. Ma ce ne sono degli altri,
autoctoni anch’essi, la cui riscoperta è storia recen-
te. Uno di questi è la Cococciola.
Sua terra di elezione è il chietino, con Villamagna,
Tollo, Ripa Teatina, Orsogna, Vacri, Ari e Rocca
San Giovanni. La transumanza l’ha spinta sino in
Puglia, nella Capitanata, dove qualche traccia resi-
ste ancora. Di lei nulla si sa, tranne che è nata in
Abruzzo. In nessun testo scritto se ne parla; giusto
una citazione, sotto il nome di Cacciola, da parte dei
francesi Pierre Viala e Victor Vermorel nella loro
Ampélographie – Traité général de viticulture
(1901-
1910). Un mistero resta anche l’origine del nome.
Quel che è certo è il suo ruolo di complementare del
Trebbiano. Per molti anni ne è stata la spalla acida,
il rinforzo, finché a qualcuno non venne in mente
di vinificarla in purezza, darle una propria identità.
Si tratta della
famiglia Masci
, viticultori di
Villa-
magna
. Nella loro scelta la volontà di valorizzare
un territorio, quello delle colline teatine.
Era il 2000. «
Le barbatelle stavano scomparendo
persino dai vivai. In pochi la coltivavano. Quasi
nessuno, già a partire dagli anni ’80, la conosceva.
Anticamente, invece, era coltivata in tutto l’Abruz-
zo per via delle sue doti di adattabilità e vigoria. A
un certo punto fu il Pecorino che più di tutti le rubò
la scena, facendole rischiare l’estinzione. Le canti-
ne sociali avevano cominciato a pagare i conferitori
non per la quantità, ma per il grado zuccherino. Più
è alto, più l’uva sarà pagata al quintale: nel Peco-
rino lo è, nella Cococciola meno»
spiega l’enologo
Corrado Masci
. Qui è allevata ancora con il tipico
sistema della pergola abruzzese. Il grappolo è leg-
germente alato, gli acini grossi, la buccia spessa e
pruinosa, con delle belle striature marroni quan-
do, tra la fine di settembre e la prima settimana di
ottobre, raggiunge la piena maturazione.
La vigoria è una delle sue principali caratteristiche:
«Produce circa 300 quintali per ettaro, il che signi-
fica che per ottenere dei buoni risultati è necessario
intervenire in maniera importante con la potatura
verde»
dice l’enologo. Poi l’acidità, che va tenuta
a bada:
«Ha un carattere selvaggio la Cococciola,
bisogna esser bravi a individuare il giusto momen-
to di raccolta per tenere a freno l’acidità. Quando
iniziammo a vinificarla in purezza, dandole la ca-
ratterizzazione e la dignità che sino ad allora non
aveva, non fu subito successo. Nessuno ci credeva.
Per l’epoca era un vino troppo fresco, oggi invece i
gusti sono cambiati. In più, nel 2008, sfruttando
questa sua peculiarità, abbiamo iniziato a speri-
mentare anche la versione spumante con il Metodo
Charmat»
spiega
Katia Masci
, responsabile com-
merciale dell’azienda di famiglia.
La loro Cococciola si chiama
Brado
. La ragione
del nome risiede nel carattere indomito dell’uva.
Dall’altro lato la scelta di non dimenticare ciò che
hanno vissuto i loro/nostri antenati, il voler omag-
giare una natura forte e selvaggia, che guarda avan-
ti sempre, sfidando tragedie e devastazioni.
«In
famiglia nutriamo un affetto profondo per la Cococ-
ciola. Prima di noi era coltivata dai nostri genitori e
prima ancora dai nostri nonni. Villamagna, duran-
te la Seconda Guerra Mondiale, fu rasa al suolo dal-
le bombe. La popolazione sfollata. Quando i nostri
nonni tornarono, la loro casa, in contrada Torremo-
nache, non c’era più. Completamente distrutta. E
non avevano neanche niente da mangiare»
racconta
Katia. Era l’autunno del 1944. Unico segno di vita
i grappoli di Cococciola ormai matura. Fu proprio
quell’uva a sfamarli, nell’attesa che gli americani
arrivassero a portare le derrate alimentari.
Oggi sempre più aziende la vinificano in purezza,
specie nelle IGT Colline Teatine e Terre di Chieti.
Iscritta nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite
dal 1970, la Cococciola è stata anche ammessa nel
2010 nella DOC Abruzzo. Il disciplinare ne richie-
de una presenza pari almeno all’85%, che si riduce
al 60% nella versione spumantizzata.
È un vino dall’inconfondibile tono erbaceo, buo-
ni profumi fruttati e floreali e un finale piuttosto
sapido. Si presta ad essere consumato giovane. Ide-
ale come aperitivo o abbinato ad antipasti e primi
piatti a base di pesce.
DAL RUOLO COMPLEMENTARE ALLA PUREZZA
COCOCCIOLA
Le vigne dell’azienda
Valle Martello (Villamagna)
dei fratelli Masci
Benedetta Luciani
Pubblicista
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